Rapporto Fondazione ISMU
25 anni di immigrazione

Nella foto: migranti impegnati nella raccolta dei meloni.

Venticinque anni di immigrazione in Italia. Un affresco di una realtà sempre più stanziale, la cui integrazione procede in maniera silenziosa e positiva, nonostante gli ostacoli e le zone d’ombra. Secondo il 25esimo rapporto della Fondazione ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità), presentato ieri nell’aula magna dell’Università Cattolica di Milano, sarebbero, al 1° gennaio 2019, 6 milioni e 222mila gli stranieri, regolari e irregolari, presenti nel nostro paese. Oltre uno ogni dieci abitanti italiani.

Il dato nuovo, emerso dal rapporto, è quello che riguarda la stima della componente irregolare di questa presenza. Stima che, secondo il segretario della Fondazione, Vincenzo Cesareo, «per quanto difficile da definire, è di certo attendibile: sono 562mila le persone prive di un valido titolo di soggiorno per rimanere in Italia. Il 9% della componente straniera. Il dato più in crescita (+5,4%, ndr), anche se ridimensionato rispetto agli anni precedenti.

L’incremento del bacino dell’irregolarità è dovuto all’aumento dei dinieghi a causa dell’abolizione della protezione umanitaria legiferata dal Decreto Sicurezza. «C’è stato, nel tempo, un crescendo di negazioni che ha raggiunto il suo picco massimo nei primi sette mesi del 2019 - afferma Cesareo - un impatto difficile da quantificare: la ricezione di un diniego non comporta l’immediata perdita dello status di regolarità. Coloro che presentano il ricorso, hanno un ulteriore periodo, contando sulla sentenza della Cassazione che sancisce la non retroattività della norma».

Meno sbarchi più richiedenti

Mentre diminuisce il numero degli sbarchi (10.955 a ieri, secondo il cruscotto giornaliero del ministero), il rapporto sottolinea come aumentino le richieste d’asilo. Un dato che appare antitetico ma che mette in luce l’importanza di altri canali d’accesso che stanno meno sotto i riflettori mediatici. Uno su tutti, quello degli ingressi via terra, in particolare attraverso la rotta balcanica.

«Secondo i dati del ministero dell’Interno, al 20 giugno, sarebbero 898 le persone intercettate al confine con la Slovenia. Un dato che è più del doppio rispetto al 2018». A questi si aggiungono i dublinanti, cioè coloro che, secondo il regolamento di Dublino, devono ritornare in Italia, perché questo è stato il primo paese d’accesso; gli ingressi per procedure di reinsediamento da paese terzo all’Italia, i rifugiati da Libano e Sudan ad esempio, o quelli, assai pochi, arrivati attraverso i corridoi umanitari.  

Lavoratori e studenti

Per l’ISMU, in questo quarto di secolo sono due gli aspetti importanti: la popolazione immigrata è diventata sempre più strutturale nel mercato del lavoro e del sistema produttivo italiano. Tanto da rappresentare il 10% della popolazione in età attiva e il 10,6% di quella occupata. Con un tasso di attività più elevato, sia per gli uomini che per le donne, rispetto a quello degli italiani: 71,2% contro il 65%.

«Si tratta però per lo più di lavoro povero – avverte Laura Zanfrini, responsabile del settore economia e lavoro per ISMU – che consolida il fenomeno della segmentazione e riproduce un modello di integrazione miope e catastale, in cui l’immigrato è predestinato sempre a posti di lavoro subordinati o irregolari, senza che si conoscano le reali sue competenze».

«Quando si parla di sviluppo sostenibile non si può prescindere poi dall’equità di salario e di genere - prosegue Zanfrini - due aspetti totalmente mancanti nel mercato del lavoro migrante. Cui si deve aggiungere la considerazione che, se noi avessimo un mercato senza lavoro nero, ci potremmo permettere degli arrivi regolari per motivi di lavoro».

Il secondo aspetto riguarda la presenza stabile degli alunni e alunne senza cittadinanza italiana. Oggi sono 842mila, il 9,7% delle persone iscritte a scuole di diverso ordine e grado. La maggior parte di questa cosiddetta seconda generazione è nata in Italia (il numero si è triplicato in questi ultimi 10 anni) e ha quindi visto ridursi il ritardo scolastico dovuto al background migratorio, diventando, nel 6% delle scuole italiane, il 30% degli iscritti.