Morta l'ex moglie di Mandela
Addio "mama" Winnie

Scomparsa il 2 aprile scorso all’età di 81 anni, Winnie Mandela verrà ricordata sempre come la “madre della nazione”. Titolo che le è riconosciuto da molti sudafricani per il contribuito eroico che ha dato alla lotta di liberazione del paese al tempo dell’oppressione del regime dell’apartheid. Sposata con Nelson Mandela per 38 anni, di cui 27 passati lontani da lui per la condanna all’ergastolo comminatagli nel 1964, ha condiviso con il marito gli stessi ideali per un Sudafrica libero e democratico e insieme a lui a pagato un prezzo elevatissimo per questa sua scelta.

Durante gli anni di carcere di Nelson Mandela, Winnie fu posta agli arresti domiciliari a Soweto e poi mandata al confino in una piccola township nell’Orange Free State, lontana centinaia di chilometri da casa. In un isolamento pressoché completo si è dovuta sobbarcare il peso di crescere Zenani e Zindzi, le due figlie nate dal loro matrimonio. Sempre sorvegliata dalla polizia, più volte venne incarcerata ed ebbe a subire umiliazioni e ogni sorta di violenza per mano delle forze di sicurezza. Ma non si lasciò piegare e, animata da straordinario coraggio, mantenne intatto l’ideale di liberazione del Sudafrica al fianco di Madiba.

Negli anni ’80, rientrata a Soweto, mentre si inaspriva la repressione contro la crescente mobilitazione popolare per l’abbattimento dell’apartheid, Winnie iniziò a caldeggiare la ribellione violenta, rifiutando ogni possibilità di dialogo con il potere bianco. Incoraggiò la caccia ai collaborazionisti neri ai quali veniva inflitta la pena del collare di fuoco, uccisi con un copertone d’auto intriso di benzina a cui veniva appiccato il fuoco. Fu a partire da quegli anni che le vie di Winnie e di Mandela iniziarono a divaricarsi. Per Mandela la violenza e la vendetta non erano la risposta all’oppressione del regime razzista bianco, l’unica “arma” per cambiare il sistema era il voto democratico.

Nel 1996 il divorzio tra Mandela e Winnie sanciva la fine di un rapporto sentimentale travagliato e l’incompatibilità di due visioni politiche opposte.

Durante le audizioni della Commissione verità e riconciliazione, Winnie fu invitata a chiedere pubblicamente scusa per la sua complicità nella morte di Stompi Seipei, un ragazzo di 14 anni di Soweto, ucciso perché sospetto di essere una spia del governo. Nonostante fosse sollecitata a scusarsi dall’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, presidente della commissione e amico da sempre di lei e della sua famiglia, pur dicendosi dispiaciuta, Winnie non giunse mai ad ammettere la propria colpevolezza. Per questo crimine fu condannata a sei anni di carcere, commutati in appello in una pena pecuniaria. Nel 2003 Winnie fu condannata per frode e furto di denaro. Incidenti giudiziari come questi le procurarono la fama di una donna avida e spregiudicata nel perseguire l’arricchimento personale. Il triste epilogo della vita di Winnie non può però fare dimenticare l’alto prezzo da lei pagato per la causa della liberazione, diventando un modello di vita per molti militanti antiapartheid di allora.