EDITORIALE - DICEMBRE 2017
Africa australe: finisce l’era Mugabe e Zuma è a fine corsa

Robert Mugabe

Ha 93 anni ed è sempre stato il protagonista della scena la politica dello Zimbabwe fin dall’indipendenza del 1980 (dal Regno Unito). È riuscito a farsi eleggere presidente sette volte. L’ultimo appuntamento con le urne, il 31 luglio 2013, gli è valso il 61% dei consensi, ma il processo elettorale è stato fortemente manipolato. Stati Uniti e Unione europea hanno definito il voto «non credibile».

La gente in Zimbabwe è scesa in strada per festeggiare la fine della dittatura. Il 15 novembre, l’esercito ha posto agli arresti domiciliari il presidente Robert Mugabe, al potere da 37 anni. In un primo momento, di fronte al suo rifiuto di dimettersi, era iniziata la procedura di impeachment in parlamento. Ma si è rivelata inutile. Il 21 novembre, infatti, sono arrivate le sue dimissioni e si è davvero aperto un nuovo capitolo.

Fattore scatenante del “golpe morbido” è stata l’epurazione del vice presidente Emmerson Mnangagwa. Al suo posto Mugabe ha voluto mettere la propria moglie Grace, così da poterla candidare alle elezioni presidenziali del prossimo anno.

La destituzione del dittatore è avvenuta senza spargimento di sangue. Mentre scriviamo, la situazione nel paese rimane fluida. Tuttavia, nella Comunità economica degli stati dell’Africa australe (Sadc) e in ambito internazionale si fanno pressioni perché si arrivi al più presto a una soluzione pacifica della crisi istituzionale. Non c’è, però, da farsi illusioni. Il cammino verso un assetto democratico si presenta irto di ostacoli. Ci sono innanzitutto perplessità sulla figura di Emmerson Mnangagwa, in prima fila come successore di Mugabe: è stato al suo fianco, esecutore di politiche coercitive e sostenitore della disastrosa riforma agraria con l’espropriazione delle terre dei bianchi. C’è da augurarsi che non imbocchi anche lui la strada dell’autocrazia.

C’è voglia di cambiamento anche nel vicino Sudafrica dove in questo mese di dicembre si tiene l’assemblea elettiva dell’African national congress, il partito al potere dalla fine dell’apartheid.

Al pari di Mugabe, pur con le dovute differenze, anche Zuma sta da tempo puntando sull’ex moglie Nkosazaana Dlamini-Zuma perché possa succedergli come presidente dell’Anc e possa candidarsi alle elezioni politiche del 2019. Dovesse diventare lei il nuovo presidente del paese, Zuma potrebbe contare su un leader debole che lo potrà mettere al riparo da procedimenti penali per gli innumerevoli reati di corruzione di cui è imputato.

Sarà il partito di Mandela disposto a lasciarsi abbindolare dai giochi di potere di Zuma, oppure come nello Zimbabwe prevarrà la volontà di voltare pagina? Il Sudafrica ha urgente bisogno di un volto nuovo, lontano dalle logiche di Zuma, capace di ridare slancio all’Anc e in grado di mettere in campo politiche sociali ed economiche che contrastino le crescenti disuguaglianze.