Lgtb sotto attacco
Africa, continente sempre più omofobo

A inizio mese ha suscitato molto scalpore in Tanzania e non solo, il provvedimento del governatore della provincia di Dar es Salaam, Paul Makonda, con cui è iniziata una caccia alle streghe contro le persone Lgbt, o presunte tali, sul territorio distrettuale.

Il giovane politico, cristiano devoto e alleato del presidente John Magufuli, ha annunciato la creazione di una squadra speciale di sorveglianza con il compito di setacciare i social network per individuare i “criminali" e gettarli in carcere per almeno trent’anni - o a vita -, come prevede la legge in vigore. Non solo. Makonda ha anche lanciato un appello a tutta la popolazione perché denunci eventuali sospetti. Una settimana dopo dalle parole si è passati ai fatti, con l’arresto di dieci uomini a Zanzibar, segnalati da alcuni cittadini perché sospettati di essere in procinto di celebrare un matrimonio omosessuale sulla spiaggia.

Questo è solo l’ultimo di numerosi arresti e controversi provvedimenti ai danni della comunità Lgbt tanzaniana che si susseguono da quando è stato eletto il governo di Magufuli nel 2015, criticato anche dalla Chiesa per le sue scelte politiche antidemocratiche e contrarie alla libertà di espressione. Il presidente è arrivato persino a chiudere le cliniche per la cura dell’hiv/aids perché sospettate di “promuovere l’omosessualità”.

L’Unione Europea si dice “molto preoccupata” per la situazione dei diritti umani nel paese. Dopo aver richiamato il suo ambasciatore Roeland van de Geer, ha fatto sapere che rivedrà le sue politiche nel paese. E ieri la Danimarca, secondo donatore straniero della Tanzania, ha annunciato il congelamento di 10 milioni di dollari.

I media ne hanno parlato meno, ma quasi contemporaneamente Human Rights Watch (HRW) ha pubblicato un rapporto, “Let Posterity Judge” (Lascia il giudizio ai posteri), in cui si denunciano le gravissime aggressioni subite da Lgbt nel vicino Malawi, dove gli omosessuali vengono aggrediti dalla popolazione, maltrattati e arrestati arbitrariamente dalla polizia. La situazione è peggiorata dal 2016, quando è stata sospesa la moratoria sulle leggi anti-Lgbt introdotta dal governo della presidente Joyce Banda nel 2012.

Caccia alle streghe

Il clima di terrore che si vive in Tanzania e Malawi è diffuso. Seguendo la cronaca, le manifestazioni di omofobia si ripetono periodicamente in tutto il continente, da nord a sud. In Tunisia gli attivisti hanno denunciato più di 100 arresti di persone omosessuali dall’inizio del 2017, sottoposte in seguito a umilianti ispezioni corporali intime. In molti ricorderanno poi le dichiarazioni di capi di stato come il keniano Uhuru Kenyatta che in aprile, durante un’intervista rilasciata all’emittente CNN, ha affermato che i diritti dei gay «non hanno importanza» per il suo paese. 

L’Africa, assieme al Medio Oriente, è la regione più pericolosa del mondo per lesbiche, gay e transgender che sono esposti al rischio di discriminazione, persecuzione e morte. Essere gay nel continente africano equivale spesso ad avere una vita nell’ombra, in costante pericolo, emarginati dalla società e dalla propria famiglia, e trattati come una minaccia criminale alla pubblica morale.

Secondo quanto denunciato da Amnesty International, l'omosessualità è illegale in 33 dei 54 stati africani ed è punibile con la morte in Mauritania, Somalia, Sudan e nel nord della Nigeria. Inoltre, come riporta la International Lesbian and Gay Association, le misure contro gli Lgbt che risalgono a leggi di epoca coloniale o ad interpretazioni giuridiche a difesa del “buon costume” o della pubblica morale, sono state inasprite negli ultimi cinque anni.

Consenso popolare

Purtroppo occorre ammettere anche che l’opinione pubblica africana accetta e sostiene queste norme discriminatorie e le pratiche anti-Lgbt dei governi. Una ricerca condotta dal PewResearch Center di Washington, rivela che il 98% dei nigeriani, il 96% dei cittadini di Senegal, Ghana e Uganda, e il 90% dei kenyani, è convinto che la società non debba accettare l’omosessualità, ma combatterla.

L’ex-presidente zimbabwano Robert Mugabe, spodestato l’anno scorso da un colpo di stato, era arrivato a definire i gay «peggio di cani e maiali» e l’omosessualità una pratica deviante e «anti-africana», perché «frutto dell’idiozia degli uomini bianchi». La dialettica del nonagenario Mugabe rispecchia l’idea diffusa nel continente che l’omosessualità sia una malattia, importata dagli colonizzatori occidentali.  

In realtà si tratta di un’enorme menzogna, in quanto diversi autorevoli studi, come “Boy Wives and Female Husbands” di Stephen O. Murray e Will Roscoe, e “Heterosexual Africa?” di Marc Epprecht, hanno dimostrato come l’omosessualità facesse già parte di diverse culture ancestrali africane molto tempo prima dell’arrivo del colonialismo. Già nelle testimonianze dei primi esploratori inglesi e portoghesi, nel sedicesimo secolo, si parla di sesso fra uomini in alcune tribù del Congo. Ma ci sono testimonianze della pratica anche in Etiopia, Madagascar, Angola, Camerun, Sudan e altrove.
Semmai, dunque, è l’omofobia ad esser stata importata dagli occidentali nel continente.

Moltissimi degli africani gay, lesbiche e transessuali sono anche dei convinti fedeli cristiani e musulmani che chiedono di essere quantomeno rispettati e non demonizzati e stigmatizzati. I diritti e libertà inviolabili alle quali si appellano, sono le stesse di tutti gli esseri umani, credenti e non, e in quanto tali non dovrebbero essere negate a nessuno.