Lotta al terrorismo nel Sahel
Africom, nuove regole, più cautela

Il generale americano J. Marcus Hicks, comandante delle operazioni speciali dell’Africom, ha emanato una nuova direttiva con cui impone alle sue truppe di «pianificare missioni senza rimanere coinvolte direttamente negli scontri».

L’ordine è incluso tra le nuove numerose disposizioni stabilite dall’Africom, dopo l’imboscata in cui lo scorso 4 ottobre, nei pressi del villaggio nigerino di Tongo Tongo, alcuni militanti dello Stato Islamico nel Grande Sahara uccisero quattro soldati americani, tra cui due berretti verdi, e cinque soldati nigerini.

La serie di direttive, datate 2, 4 e 5 maggio, è stata messa in atto pochi giorni prima che il Pentagono rendesse noti i risultati dell’indagine sulla morte dei quattro militari statunitensi a Tongo Tongo.

Gli addetti militari del comando unificato degli Stati Uniti per l’Africa hanno già iniziato a informare il Congresso e i familiari dei soldati caduti, in merito al contenuto della lunga relazione che raccoglie i risultati dell’inchiesta, da cui sarebbe scaturita la decisione di introdurre alcune modifiche alla pianificazione delle operazioni militari statunitensi nell’area del Sahel.

Cosa cambia

Inoltre, secondo fonti militari primarie che hanno rilasciato dichiarazioni al New York Times in condizione di anonimato (in quanto non autorizzati a discutere pubblicamente le direttive), il reparto delle forze speciali dell’esercito statunitense, che dal 2016 è stato assegnato all’Africom, potrebbe chiudere due avamposti, uno nel nordest del Niger e l’altro situato in una località segreta in Nordafrica.

Dopo l’imboscata del 4 ottobre, le forze che partecipano alle operazioni speciali hanno gradualmente ridotto il numero di missioni, nelle quali i consulenti americani accompagnano le truppe africane in zone considerate a rischio di attacchi. Quelle approvate, devono prima essere vagliate dai militari più alti in grado nella catena di comando, i quali sono tenuti ad adottare un approccio più cauto e risoluto nel valutare i rischi.

I commando americani adesso affiancano le forze locali solo in missioni ad alto effetto strategico, come costruire una nuova base o eliminare estremisti da una vasta area territoriale. E nel corso di tali operazioni, i militari statunitensi devono essere supportati da droni armati o altri velivoli di appoggio.

Nel caso in cui questi requisiti non siano soddisfatti, le truppe americane lavoreranno da centri di comando fortificati da dove daranno supporto logistico e di intelligence alle forze africane impegnate sul campo. Tuttavia, è esclusa la partecipazione di militari americani nei combattimenti in prima linea contro i gruppi jihadisti fedeli ad al-Qaida o allo Stato Islamico.

Le nuove linee guida operative introdotte dalle direttive del generale Hicks, vietano alle unità di basarsi su uno specifico processo di pianificazione della missione - come era avvenuto nella letale imboscata del 4 ottobre - che aveva concesso maggiore autonomia alle truppe sul terreno.

Solo operazioni su larga scala

Quel processo aveva permesso alle unità di partecipare a missioni approvate da ufficiali di grado inferiore, mentre adesso le missioni, per essere rese esecutive, devono prima passare al vaglio di un colonnello di stanza a Stoccarda, in  Germania, dove ha sede il quartier generale dell’Africom.

Questo è un cambiamento significativo che inverte le direttive emesse lo scorso anno dal comando militare statunitense per l’Africa, che consentivano di formulare rapidi giudizi sulla pianificazione delle missioni. Dopo le modifiche imposte, l’attività dei consulenti americani sarà concentrata sulla preparazione di operazioni militari su vasta scala, invece che su un addestramento a livello tattico, con l’obiettivo di rafforzare la capacità delle forze di sicurezza del Niger nell’affrontare missioni anti-terrorismo sempre più impegnative.

Nelle settimane successive all’imboscata, i funzionari del dipartimento della Difesa hanno dichiarato che avrebbero completato le indagini sulla morte dei soldati entro gennaio. Invece, ci sono voluti quasi sette mesi perché il Pentagono pubblicasse ufficialmente i risultati dell’inchiesta, dai quali sarebbe emersa la responsabilità di ufficiali di grado meno elevato, riguardo all’uccisione dei quattro marine.