Migranti, Africa ed Europa
Aiutiamoli a casa loro con gli hotspot

Nella foto: La polizia spagnola sorveglia un gruppo di migranti che tentano di attraversare la barriera che separa il terrotorio marocchino dall'enclave spagnola di Melilla.

Nel volutamente disinformato dibattito sull’immigrazione - guai a far capire al popolo sovrano i veri termini delle questioni, potrebbe prendere la pessima abitudine di giudicare in piena consapevolezza - è venuta fuori una voce inaspettata.

In una lunghissima lettera al Corriere della sera del 26 giugno, Amedeo di Savoia si indigna contro il copione che ancora una volta ci viene riproposto: “il nemico è l’altro” e “Questa volta il grande nemico è un intero continente, l’Africa, con la sua popolazione in marcia”.

Stigmatizza soprattutto l’Europa (“La stessa Europa che ha esercitato sul continente africano una colonizzazione rapace”) che appoggiando dittature e non controllando il cambiamento climatico, condanna intere popolazioni alla fame, alla sete, e alle migrazioni. Questa Europa, che pure aveva ben altre culture e tecnologie da proporre, oggi non sa fare di meglio che ripetere: “aiutiamoli a casa loro, senza sapere come fare e da dove cominciare”.

La premessa è pienamente condivisibile, ma il restante 3/4 della lettera si spende nel ricordo e nell’elogio del famoso zio, il duca degli Abruzzi, esploratore, ammiraglio e imprenditore che aveva realizzato, al tempo della colonizzazione italiana in Somalia, il villaggio che portava il suo nome.

Non è il caso di entrare nel merito di quella impresa agro-industriale. Quello che sorprende è che una realizzazione comunque coloniale venga proposta a modello di ciò che l’Europa potrebbe fare in Africa. Da tempo la cooperazione internazionale ha abbandonato l’idea di “interventi” imposti, di iniziative realizzate senza il coinvolgimento delle autorità e delle popolazioni locali. Ma è anche vero che questa impostazione richiamata nella lettera, sta alla base della incerta politica italiana ed europea sintetizzata il più delle volte con l’idea degli “hotspot”.

Concepiti come centri di identificazione dei migranti al fine del respingimento di coloro che non hanno titolo allo status di rifugiati, da creare nei diversi paesi europei, il che significa accettare comunque che i migranti entrino in Europa, gli hotspost dovrebbero subire essi stessi una migrazione programmata verso i paesi africani di transito. Ma per quale motivo i paesi africani dovrebbero fare il lavoro sporco che gli europei si rifiutano di fare? Lo potrebbero accettare, forse, in cambio di compensazioni economiche e politiche, vale a dire non disturbare poi i regimi chiamati al lavoro sporco.

Ci immaginiamo un bel hotspost in Egitto, finanziato anche dall’Italia, con Roma che rompe le scatole a Al-Sisi per conoscere la verità sull’assassinio di Giulio Regeni?! Non a caso il più grande hotspost africano, il Marocco, viene abbondantemente finanziato dall’Europa e dalla Spagna, e “saggiamente” esaltato affinché faccia da guardiano sulle proprie coste e ai reticolati di  Ceuta e Melilla. Quei reticolati che ci hanno più volte proposto cosa significa “controllare” l’immigrazione, mentre Rabat condanna i leader della rivolta popolare e pacifica nel Rif, rei di aver portato alla luce del sole le contraddizioni del regime.

È che per fare gli hotspost ci vuole un regime che costringa i migranti a confluirvi. Figuriamoci con quale docilità i migranti si fanno convogliare verso centri nei quali sapranno che la stragrande maggioranza di loro dovrà, dovrebbe, tornare a casa. Ci vorrà la mano dura, come quella che l’Algeria sta impiegando in queste settimane per respingere i migranti alla sua frontiera subsahariana. Ci vorrà la più spietata violenza, come quella che denunciano i dannati della terra usciti vivi dai campi libici, per governare l’umanità in fuga.

E se riuscissimo a convincere con il vil denaro qualche regime a fare il lavoro sporco, a chi profitterà quel denaro? Quale destinazione, quale impatto sul paese? La cooperazione internazionale, anche sotto l’effetto della crisi mondiale, sembra aver smarrito la sua vocazione, e i mezzi per realizzarla, come ben sa il nostro paese. L’Africa è destinata a giocare, per la sua dinamica demografica (nel 2050 la sua popolazione sarà raddoppiata e superiore a quella di Americhe ed Europa messe insieme) e le risorse naturali, un peso determinante negli equilibri mondiali futuri. E la nostra risposta sono gli hotspot?