L’annuncio di Bouteflika
Algeria, il popolo vince a metà

Nella foto in alto: algerini in festa ieri dopo l'annuncio della presidenza del ritiro della candidatura del presidente alle prossime elezioni.

 

Sopra: il presidente Abdelaziz Bouteflika

Sono bastati apparentemente meno di 30 giorni per sconvolgere il calendario politico dell’Algeria tra l’annuncio della candidatura del presidente Abdelaziz Boutefkika al quinto mandato (10 febbraio) e il rinvio delle elezioni previste per il 18 aprile con la rinuncia a candidarsi (11 marzo). In mezzo, un’ondata di manifestazioni popolari che il paese non conosceva dall’ottobre 1988. Allora venero represse nel sangue dall’esercito, ma aprirono al multipartitismo senza un vero cambiamento del sistema del potere, oggi sono rimaste pacifiche con una richiesta precisa: un vero cambiamento e non solo la rinuncia alla rielezione del presidente.

Nell’annunciare ieri le sue decisioni, precedute da un riconoscimento della legittimità delle proteste, Bouteflika non fa che riproporre la strada già disegnata il 3 marzo scorso, quando aveva proposto di indire nuove elezioni tra un anno. Contemporaneamente al deposito ufficiale della propria candidatura, Bouteflika - nel frattempo ricoverato a Ginevra per un controllo dopo l’ictus che lo ha colpito nel 2013 -, faceva infatti diffondere un comunicato in cui prometteva, se rieletto il 18 aprile, di convocare una Conferenza nazionale con l’obiettivo di modificare la Costituzione, da sottoporre a referendum, e di fissare la data di elezioni presidenziali anticipate, cui prometteva di non partecipare. I commentatori più avveduti fanno notare che di fatto il presidente da ieri proroga il proprio mandato di almeno un anno, ma al di fuori di ogni previsione costituzionale.

Il fatto che a un solo giorno dal suo rientro da Ginevra, il presidente abbia nel giro di un’ora diffuso il proprio comunicato, abbia ricevuto in successione il capo di Stato maggiore, generale Gaïd Salah, il primo ministro Ahmed Ouyahia - che ha rassegnato le sue dimissioni -, i due ex ministri Nouredine Bedoui e Ramtane Lamamra, nominandoli rispettivamente primo ministro col compito di formare un nuovo governo, e viceministro (una carica prevista da un decreto firmato poco prima) e ministro degli Esteri, e decida lo scioglimento  della Istanza superiore che era stata incaricata di sorvegliare le elezioni, lascia pensare ad una strategia elaborata  da chi in questo momento si serve del suo nome. Questo “qualcuno” che esercita il potere - che in Algeria non è mai identificabile con una persona sola, ma con un conglomerato di interessi che gli algerini chiamano “clan” -, fa anche sapere che gode dell’approvazione delle forza armate, mediante l’incontro di Bouteflika col generale Gaïd Salah.

Difficile sostenere che questo sia lo scenario immaginato dai manifestanti. Più che i partiti di opposizione, la cui rincorsa a posizionarsi in eventuali nuovi scenari è cominciata ben prima della rinuncia di Bouteflika, è interessante guardare alla società civile. Uscite indebolite dal ventennio di Bouteflika, dopo aver condotto un’eroica resistenza durante gli anni ’90 - il “decennio nero” del terrorismo -, le associazioni sembrano avere una visione più matura degli eventi.

Ieri, una dozzina di organizzazioni dei diritti umani e dei sindacati autonomi ha diffuso un comunicato in cui si evidenzia che le proteste popolari sono viste come un’occasione unica per uscire dall’attuale sistema autoritario, purché rimangano in un quadro pacifico. Propongono l’organizzazione di assemblee civiche in tutto il paese, e sostengono la necessità di un “compromesso storico” per una transizione democratica.