Camerun / La denuncia di HRW
All'ordine del giorno torture e violenze

Nella foto un gruppo di camerunesi anglofoni della diaspora in Gran Bretagna protestano contro il presidente Paul Biya

Almeno 1.850 morti e 530mila persone costrette a lasciare le proprie case. Sono gli “effetti collaterali” di lunghi mesi di conflitto in Camerun e a fornire le cifre sono le Nazioni Unite.

A queste vanno aggiunte le persone sparite - difficile saperne il numero reale - o quelle costrette all’esilio. Una situazione politica e umanitaria assai critica in cui si è decisa ad entrare in merito anche l’Onu.

Il 13 maggio il Consiglio di sicurezza terrà la sua prima riunione informale sul paese e su quanto sta accadendo dal 2016. Alla fine di quell’anno i separatisti anglofoni - che in realtà covavano da tempo rancore e frustrazione nei confronti dell’amministrazione di un paese a maggioranza francofona - hanno rotto gli indugi e avviato proteste e rivendicazioni. Ne è nata l’auto proclamata repubblica indipendente dell’Ambazonia. Una sorta di secessione che ha inasprito le fasi del confronto che si è andato sempre più militarizzando. Anzi, in realtà sta affinando le tecniche delle guerriglie, e delle guerre sporche tipiche dei regimi dittatoriali, non ultimo l’uso della tortura.

Sono stati proprio i frequenti allarmi di violenze contro la popolazione inerme - violenze compiute da entrambe le parti - che hanno finalmente spinto l’Onu a far sentire la propria voce. Il motivo è anche, naturalmente, il tentativo di riportare la calma laddove si sta intensificando il clima da guerra civile e arginare una pericolosa destabilizzazione che andrebbe a toccare anche altre aree, già interessate da eventi frequenti di violenza terroristica - vedi la confinante Nigeria e il Sahel - attraverso la porta del Ciad.

Probabilmente l’Onu non potrà adottare alcuna risoluzione e anche la riunione, come dicevamo, è stata presentata come “informale” visto che molti membri del Consiglio di sicurezza, soprattutto quelli dei paesi africani, in queste settimane hanno continuato a sottolineare che la crisi in Camerun è “una questione interna”. In ogni caso si tratta di un segnale di attenzione, dopo mesi in cui l’organizzazione è rimasta in silenzio e ha agito da lontana osservatrice.

Torture e sparizioni

Ma l’Onu in quell’incontro non potrà non discutere delle denunce già lanciate da Amnesty international e ribadite nel recente rapporto di Human rights watch (Hrw) che documenta il “ricorso regolare alle torture e alla detenzione in isolamento” in un centro del Segretariato di stato per la Difesa (SED) a Yaoundé, la capitale. Nel documento si parla di 26 casi di detenzione in isolamento e di 14 casi accertati di tortura e sparizioni forzate dal gennaio 2018 al gennaio 2019. Ma i numeri potrebbero essere molto più alti, sia perché gli abusi sono stati compiuti in grande segretezza, sia perché molte delle persone che sono riuscite a scamparla rifiutano di parlare per paura di ritorsioni. Solo nel mese di aprile, Hrw ha ricevuto altre testimonianze che fanno capire che le violazioni vanno avanti indisturbate.

Ma le forze di sicurezza in Camerun - e dunque il regime governativo - non sarebbero le sole a perpetrare violenze. L’86enne presidente Paul Biya definisce i separatisti “gruppi di terroristi” e ne ha denunciato le azioni violente, non solo contro i suoi militari, ma anche contro i civili, e il ministro della Difesa, qualche giorno prima dell’uscita del rapporto dell’ong, aveva denunciato il silenzio delle organizzazioni, compresa Hrw e Amnesty international, sulle azioni commesse dai separatisti.

In realtà, il rapporto di Hrw parla anche degli abusi compiuti dai separatisti anglofoni armati. Vengono citati attacchi contro scuole e aziende agricole, omicidi e rapimenti. “I leader separatisti dovrebbero emettere ordini chiari che vietino ai combattenti di attaccare i civili e fare del male alle persone che tengono in ostaggio”, si legge nel documento dell’ong.

Dialogo assente

La situazione è a un punto morto per quanto riguarda il dialogo tra le parti. Biya non intende aprire alcuna discussione di tipo politico e il leader dei secessionisti, Julius Sisiku Ayuk Tabe, arrestato il 5 gennaio scorso in un hotel di Abuja, in Nigeria, insieme ad altri quadri del movimento, sta boicottando il processo aperto a loro carico davanti a un tribunale militare. Un processo, ha detto, che si svolgerà senza di loro, fino a quando non gli verrà riconosciuto lo status di rifugiato.

E, a proposito di rifugiati, la questione camerunense sta già colpendo altre aree. Con la Nigeria, il Camerun divide 1.500 chilometri di frontiera, ed è proprio in Nigeria che molti stanno cercando di scappare dalle violenze. A peggiorare le cose c’è la presenza di Boko Haram, non solo in Nigeria ma anche nella parte settentrionale del Camerun.

La questione del Camerun affonda le sue radici, come spesso accade per I paesi africani, nelle spartizioni coloniali. La fine del colonialismo portò, nel 1961, all’unificazione della parte britannica e di quella francese (il territorio era stato precedentemente tedesco), ma la prevalenza francofona - negli organi statali, nelle scuole, nel mondo del lavoro - ha negli anni provocato quella rabbia e risentimento che, come una bomba a orologeria, ha finito per esplodere. A questo si aggiunge l’opposizione alla presidenza di Biya, al potere da 37 anni e riconfermato fino al 2025.

La riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 13 maggio potrebbe non portare a nessun mutamento di rotta, ma ci si aspetta che almeno lanci un segnale forte. Un chiaro messaggio che faccia almeno riflettere sulla pericolosità di portare avanti questo conflitto interno e sull’urgenza di fermarlo prima che degeneri ulteriormente.