AL KANTARA - NOVEMBRE 2017
Arabia Saudita, non bastano le donne al volante

Yemen

Nel paese della penisola arabica, ha denunciato Medici senza frontiere, metà delle strutture sanitarie è stata chiusa o distrutta nel corso di bombardamenti spesso intenzionali. Riyad, intervenendo contro i ribelli houthi, ha voluto mostrare i muscoli all’Iran. 

Dal 2018 le donne in Arabia Saudita potranno guidare la macchina. La notizia risale a metà ottobre, ha fatto il giro del mondo ed è stata accolta da molti come “un passo in avanti sulla via delle riforme!”. È stato il re Salman, 82 anni, a decretarlo. Ma il grande artefice di questa novità è stato il figlio, Mohammed, 32 anni, nominato dal padre erede al trono lo scorso giugno, dopo un colpo di stato “reale” attraverso il quale è stato destituito Mohammed ben Nayef, nominato nel 2015 dallo stesso Salman.

Mohammed ben Salman (ben in arabo significa “figlio”), oggi molto corteggiato dalle diplomazie delle grandi potenze mondiali – e quindi anche dai media – dispone di immenso potere: consigliere del re, vice primo ministro, ministro della difesa, presidente del Consiglio per l’economia e lo sviluppo, organo che controlla l’Aramco, una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo. Definito dai media un «riformatore», il futuro sovrano, oltre alla patente di guida alle donne, ha annunciato altre “innovazioni”, tra cui l’autorizzazione dei concerti musicali e l’apertura al turismo con la creazione di villaggi turistici.

Ma sono davvero queste le vere riforme di cui ha urgente bisogno l’Arabia Saudita, custode dei luoghi santi di oltre 1,5 miliardi di musulmani? Il regno saudita è considerato il più conservatore della cosiddetta Umma islamica. Dispone di un potere politico/religioso assoluto che condiziona molti paesi musulmani, anche africani. I petrodollari distribuiti da Riyad, in forma di “aiuti”, sono portatori dei germi della versione più “integralista” della religione islamica: il salafismo. Si tratta di una scuola di pensiero religiosa ultraconservatrice che predica una visione letteralista del Corano e condanna ogni forma di ermeneutica e contestualizzazione della Scrittura e dei dogmi da essa derivati. Il salafismo è oggi la dottrina di riferimento della maggior parte delle organizzazioni terroristiche nel mondo, da al-Qaida in poi.

L’Arabia Saudita resta il principale ostacolo alle riforme di cui l’islam avrebbe un grandissimo bisogno. Le “innovazioni” proclamate dal giovane ben Salman, servono solo al restyling della pessima immagine dei sauditi nel mondo. Non basta un “decreto patente” per migliorarla.

Avesse annunciato l’abolizione della poligamia, sarebbe stato più credibile. Nell’islam, l’uomo può sposare fino a quattro donne: prescrizione coranica che i veri riformisti considerano anacronistica, perché legata a un contesto sociale e culturale che risale a oltre 1400 anni fa (la poligamia non è più praticata in Tunisia e Turchia). Ma in paesi come quelli del Golfo i ricchi sceicchi, anche in età avanzata, di donne ne sposano più di quattro e spesso molto giovani. Questo problema, insieme ad altri, mantiene ancora oggi la donna in situazione di inferiorità rispetto all’uomo. La motivazione è religiosa, ma anche culturale.

Il “riformista” ben Salman, in qualità di ministro della difesa, ideò nel 2015 della guerra contro lo Yemen, che sta causando – per via dei bombardamenti e dell’embargo – morte e fame estrema. Questo dramma umano è largamente trascurato dai media occidentali, che preferiscono fare propaganda al futuro padrone e amico miliardario “musulmano”. Pecunia non olet.