Economia
Area di libero scambio / Anche la Nigeria ha aderito

Nella foto: Il presidente nigeriano Muhammadu Buhari mentre firma il trattato AfCFTA.

Nigeria e Benin hanno firmato ieri l'adesione alla nuova Area di libero scambio continentale. L'intesa è stata siglata dai rispettivi presidenti, Muhammadu Buhari e Patrice Talon, in occasione del summit straordinario dell'Unione africana a Niamey, in Niger. Alla nuova area hanno così aderito 54 dei 55 paesi membri dell'Ua, con la sola eccezione dell'Eritrea. Il lancio della nuova Area di libero scambio continentale arriva dopo 17 anni di duri negoziati. L'iniziativa darà luogo alla più grande area di libero scambio del mondo e, secondo le attese degli esperti, dovrebbe significare una crescita del 60% dell'interscambio tra i paesi del continente entro il 2022. La Nigeria, maggiore economia africana, ha annunciato solo la settimana scorsa l'intenzione di aderire al patto dopo essersi ritirata a sorpresa dai colloqui lo scorso anno.

È un successo soprattutto del presidente del Rwanda, Paul Kagame, vero e proprio padre politico del mercato comune africano. Quando da presidente dell’Unione africana, il 21 marzo 2018 assicurava sull’entrata in vigore dell’accordo nei tempi previsti, in molti avevano storto il naso tacciando il presidente di troppo ottimismo. A oltre un anno dalla firma della Dichiarazione di Kigali l’area di libero scambio continentale africana (AfCFTA, nell’acronimo inglese) è oggi divenuta realtà. Questo è stato possibile grazie al lavoro compiuto da parte di 22 paesi, la metà dei 44 stati fondatori (poi saliti a 54).

A Niamey, in Niger, è scattato il lancio della “fase operativa”. Da qui inizierà il periodo transitorio in cui i singoli governi dovranno costruire i protocolli e le regole necessarie al funzionamento effettivo dell’area di libero scambio, ad oggi, esistente solo sulla carta.

L’obiettivo è ambizioso: promuovere il commercio interno che oggi rappresenta solo il 17% delle esportazioni dei paesi africani, troppo poco se comparato con il 59% dei paesi dell’Asia e il 69% dell’Europa. Così facendo – sperano i sostenitori dell’AfCFTA – si potrà arrivare a quella “industrializzazione” del continente, con annessa crescita dell’occupazione, che rappresenta uno degli obiettivi dell’Agenda 2063 dell’Unione africana. Anche se non mancano le voci critiche di chi vede nel processo di liberalizzazione un rischio per le economie più deboli non in grado di reggere la concorrenza.

Secondo la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa, la crescita del mercato interno favorirà lo sviluppo dei comparti agricolo e manifatturiero che oggi rappresentano la parte più consistente del commercio interno. Questo sarà possibile grazie alla creazione di un mercato di 1,2 miliardi di persone, del valore di 2,5 trilioni di dollari.

Il trattato costitutivo prevede l’abolizione del 90% delle linee tariffarie, ma lascia ai singoli governi la possibilità di indicare un 7% di prodotti sensibili (che verranno liberalizzati in tempi più lunghi) e di escludere dal processo il 3% delle categorie merceologiche. Questo per tutelare, almeno in una prima fase, i settori più delicati dell’industria nazionale.

Secondo quanto riportato dall’African Economic Outlook 2019 i benefici dell’AfCFTA in termini di reddito reale possono oscillare tra i 2,8 miliardi e i 100 miliardi di dollari. Una forbice davvero notevole che dipenderà da quale risposta verrà data a queste sfide.