Camerun / Elezioni presidenziali 2018
Biya a vita

Nella foto il manifesto elettorale del presidente uscente Paul Biya

È in pieno svolgimento la campagna elettorale in vista delle presidenziali del 7 ottobre, ufficialmente iniziata sabato 22 settembre. Candidato alla propria successione, per un settimo mandato settennale, il presidente Paul Biya, 85 anni, al potere da 36 anni (dal 1982). Elezioni a un solo turno. Quindi, nessuna suspense: i camerunesi, la sera del 7 ottobre, si ritroveranno presidente Paul Biya.

Durante questi quindici giorni, i nove candidati (il presidente uscente e otto avversari) percorrono il paese per proporre la loro proposta politica. Il conteso della campagna elettorale, però, è ben lungi dall’essere sereno, visto che il paese è attraversato da tensioni e crisi. A cominciare dal conflitto separatista in corso nelle due regioni anglofone occidentali (le altre otto sono francofone).

Da mesi, ormai, la violenza non fa che crescere nelle principali città (in particolare a Buea) di questa parte del paese, stato anglofono per un tempo tra le due guerre mondiali, sotto mandato britannico. L’esercito è alle prese con combattenti separatisti che rappresentano la frangia più radicale di un vasto movimento di scontento delle popolazioni anglofone, nato alla fine del 2016, e dove regna la legge del taglione. Più di 80 membri delle forze di sicurezza hanno perso la vita dall’inizio del conflitto che ha provocato 200.000 sfollati, e 40.000 profughi nella vicina Nigeria.

Nell’estremo nord, il conflitto contro Boko Haram è certamente più contenuto, ma la setta jihadista continua a fare vittime e a funestare con i suoi attacchi la regione frontaliera con la Nigeria. Dal 2014, più di 2.000 sono i camerunesi caduti vittime degli attacchi del movimento terrorista e più di un migliaio sono stati i rapiti. Ma sono stati vittime innocenti anche della brutalità dell'esercito.

A questa situazione bisogna aggiungere l’impatto del conflitto in Centrafrica che ha spinto più di 150.000 centrafricani a rifugiarsi nel Camerun orientale.

I candidati contro Paul Biya accusano il regime di rendere loro difficile percorrere in libertà il paese, ma soprattutto rimproverano ai media, quelli pubblici (la tv di stato in primis), di essere troppo dichiaratamente dalla parte del presidente.

E mentre il partito al potere, l’Unione democratica del popolo camerunese (Rdpc), ripresenta per l’ennesima volta il suo candidato, grazie al “suo bilancio eloquente, la sua credibilità nazionale e internazionale, diplomatica, economica, sociale e culturale”, gli oppositori, invece, parlano di un “bilancio caotico”. L’opposizione, peraltro, è stata incapace di presentare un candidato unico, sola speranza di poter battere Biya.

Tra i candidati di un certo peso contro il presidente uscente c’è Joshua Osih, esponente del principale partito di opposizione, il Fronte social democratico (Sdf). E ancora: Akere Muna, avvocato, ex vicepresidente di Transparency International, e Maurice Kamto, presidente del Movimento per la rinascita del camerun (Mrc). A Kamto si è alleato Christian Penda Ekoka, che era conosciuto come un militante dell’Rdpc e soprattutto consigliere economico del presidente stesso. Kamto ha espresso apprezzamento anche per il sostegno di Paul Eric Kingue, altro fuoriuscito dall’Rdpc.

Crescita mancata

Da un punto di vista geopolitico ed economico, il Camerun (poco meno di mezzo milione di chilometri quadrati per una popolazione di più di 20 milioni di abitanti) gode di una posizione strategica come porta naturale di sbocco al mare della regione dell’Africa centrale (Ciad, Centrafrica e nord del Congo-Brazzaville). È certamente un paese influente in seno alla Comunità economica e monetaria della regione.

Ma la diminuzione globale dei prezzi del petrolio ha comportato anche per il Camerun un rallentamento della crescita economica, già di per se non eccellente. Nel 2017, la crescita è stata del 4% del Pil, insufficiente però a generare uno sviluppo sostenuto. Senza dimenticare il grosso problema della corruzione, evidentemente legato al perpetuarsi del regime. Quest’anno è attesa una crescita del 4,6%, trainata anche dai grandi progetti infrastrutturali in corso.

Lo scorso anno, il Camerun ha siglato un accordo con il Fondo monetario internazionale per un credito agevolato di 680 milioni di dollari. Ma le spese per la sicurezza (lotta contro Boko Haram, i disordini nelle regioni anglofone legati alla marginalizzazione politica ed economica a profitto della maggioranza francofona) costituiscono per il paese un deficit importante. Il risultato è che, nonostante alcuni successi economici soddisfacenti, la povertà colpisce ancora il 40% della popolazione, cioè 8 milioni di persone.

Il monito dei religiosi

In occasione delle elezioni, anche la chiesa cattolica ha voluto far sentire la sua voce. I vescovi hanno pubblicato una lettera pastorale, datata 24 agosto, in cui esprimono la loro preoccupazione di vedere elezioni turbate dalle differenti crisi che il paese attraversa. I presuli denunciano l’insicurezza che attraversa il paese e lanciano un appello per un voto libero e trasparente. Il loro augurio è che “secondo gli insegnamenti della Chiesa, il popolo possa esercitare la propria sovranità scegliendo in maniera libera, pacifica e responsabile, i propri dirigenti”. Secondo loro solo un voto libero e trasparente può “garantire la pace, la stabilità e la giustizia”. L’invito che rivolgono ai camerunesi è di scegliere candidati capaci di far fronte alla crisi sociale, economica e politica del paese, di lottare contro le disuguaglianze, la corruzione, la disoccupazione e la setta Boko Haram.

Il 25 luglio scorso, i leader religiosi camerunesi, tra cui il cardinal Christian Tumi, arcivescovo emerito di Douala, il pastore Babila George Fochang, della chiesa presbiteriana, l’imam Tukur Mohammed Adamu, della moschea centrale di Bamenda, e il capo degli imam Alhadji Mohammed Aboubakar, della moschea centrale di Buea, di fronte all’aggravarsi della situazione nelle regioni anglofone, avevano annunciato la decisione di impegnarsi per una soluzione della crisi secessionista. L’intenzione era di organizzare nel sudovest, nella città di Buea, una conferenza generale degli anglofoni dell’interno e della diaspora, il 29 e 30 agosto. Purtroppo però alcuni giorni dopo si era appreso che la conferenza era stata sospesa sine die.
Prima ancora, a maggio, i vescovi si erano offerti come mediatori della crisi.

Non ci rimane che attendere il risultato delle presidenziali del 7 ottobre. Senza però farci illusioni. La sera di quel giorno, i camerunesi si ritroveranno con un anziano presidente di 85 anni, attorniato da dignitari del regime poco sensibili al bene di tutti, investito per un nuovo mandato di 7 anni. Per un alba diversa sul Camerun bisognerà aspettare ancora.