ALTRE AFRICHE
Calcio e potere: non solo Weah

Neanche la blasonata agenzia britannica Reuters ha resistito alla tentazione: in cerca di una metafora per descrivere la situazione di George Weah, arrivato in testa al primo turno delle elezioni presidenziali liberiane, ha parlato di un candidato “sulla linea di porta”. Quasi come se stesse per segnare un altro dei gol che lo hanno reso famoso prima che tentasse la carriera politica. E senza dubbio il passato da centravanti dell’attuale senatore di Montserrado County ha fornito più materiale ai titoli della stampa rispetto alla sua (vaga) piattaforma programmatica. O al fatto che abbia scelto come sua potenziale vice l’ex moglie di Charles Taylor, già presidente del Paese, ora in carcere dopo essere stato condannato per crimini di guerra da una corte internazionale.

Weah, però, è in buona compagnia: calcio e potere, in Africa, sono stati legati fin da quando i colonialisti europei introdussero il gioco nel continente. Emblematica la regola che, nella Zanzibar degli Anni ‘20 del Novecento, permetteva solo ai bianchi di svolgere la funzione di arbitri, simbolo dell’autorità costituita.

E dopo le indipendenze sono stati molti i leader africani - o aspiranti tali - a cercare di usare il pallone a scacchi come fabbrica di consenso. Tra i più celebri, certamente Mobutu: l’autocrate zairese vide nella qualificazione della ‘sua’ nazionale ai mondiali di Germania ’74 l’occasione di un potente ritorno d’immagine. Salvo dimenticarsi, letteralmente, dei giocatori dopo l’esito desolante di quella spedizione in Europa (tre sconfitte, quattordici gol subiti). Per la squadra rientrata all’aeroporto di Kinshasa non ci fu nessuna accoglienza ufficiale e molti dei suoi componenti furono costretti a tornare in città facendo l’autostop.

Il precedente di Mobutu non ha impedito a un altro suo ambizioso compatriota, dopo la fine della dittatura e la nascita della Repubblica democratica del Congo, di servirsi del calcio per ben figurare sulla scena pubblica. Moïse Katumbi, miliardario, ex governatore della provincia del Katanga e potenziale candidato d’opposizione alle prossime elezioni, ha infatti costruito la sua notorietà anche come patron del TP Mazembe, squadra di Lubumbashi capace, nel 2010, di arrivare anche alla finale del Mondiale per club. E un altro Mondiale - quello ‘classico’ per squadre nazionali - è da anni, per ragioni sia d’immagine che finanziarie, nel mirino del Marocco.

Il paese nordafricano ha presentato la sua candidatura per ospitare l’edizione 2026, come aveva già fatto, tra l’altro, per quelle del 2010 e del 1998. In quest’ultimo caso tentando, senza successo, secondo accuse confermate dalla stessa federazione calcistica internazionale FIFA, anche di accaparrarsi voti pagando tangenti al dirigente caraibico Jack Warner. Vicenda che, insieme ad altre simili, finì al centro di uno scandalo nel 2015. Ennesima dimostrazione di quanto la posta in gioco possa essere alta anche quando si tratta solo di sport.