Kenya, Nigeria, Sudafrica
Cambridge Analytica, Facebook e l’Africa

Nella foto il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, fa un selfie con il presidente nigeriano Muhammadu Buhari e il vicepresidente Yemi Osinbajo, durante una visita al palazzo presidenziale di Abuja, il 2 settembre 2016. (AFP / Sunday Aghaeze / Getty Images / foreignpolicy.com)

“I paesi con un livello di protezione di dati basso o nullo sono il terreno di prova per le attività peggiori di società e governi” scrive Julie Owono, direttrice dell’associazione Internet Without Borders. Originaria del Camerun, residente a Parigi, si è fatta un’idea di come va il mondo. Cinguetta su Twitter tirando le prime somme di un’inchiesta, quella sui profili rubati da Cambridge Analytica, destinata a far parlare ancora: in Inghilterra e negli Stati Uniti ma anche in Africa, dal Kenya alla Nigeria, dove pure elezioni sarebbero state condizionate dall’(ab)uso di informazioni personali e dati sensibili dei cittadini.

Ricapitolando. Cambridge Analytica, una società inglese, avrebbe utilizzato una applicazione per incamerare attraverso Facebook i dati di circa 50 milioni di profili. Il parlamento britannico ha già convocato il presidente del social network, Mark Zuckerberg, affinché chiarisca il ruolo ricoperto dal colosso del web nella campagna per Brexit. Negli Stati Uniti la figura chiave sarebbe invece Stephen Bannon, al lavoro per l’elezione di Donald Trump nel 2016. Proprio l’ex stratega dell’ultradestra americana era vice-presidente di Cambridge Analytica nel 2013, in un altro momento decisivo: quando, stando alle dichiarazioni fatte filtrare dall’emittente Channel 4, la società tirava la volata al presidente keniano Uhuru Kenyatta.

Il copione si sarebbe ripetuto nel 2017, prima e dopo il voto bocciato dalla Corte suprema per irregolarità. Allora sui social sarebbero stati diffusi anche video che dovevano alimentare il timore di una nuova era di terrorismo, epidemie e violenza se a vincere fosse stato lo sfidante Raila Odinga. A Nairobi le rivelazioni hanno riacceso lo scontro tra il partito al potere e l’alleanza di opposizione. Ma il caso Cambridge Analytica non sta investendo solo il Kenya.

Secondo il quotidiano The Guardian, un miliardario nigeriano avrebbe versato 2 milioni e 800 mila dollari perché la società diffondesse informazioni su Muhammadu Buhari in grado di impedirne l’elezione alla presidenza. Le accuse chiamano in causa hacker israeliani che avrebbero violato l’indirizzo e-mail del futuro presidente, puntando sui suoi problemi di salute. Lo schema sarebbe analogo a quello impiegato altrove: l’uso dei social per rubare informazioni mirate su gusti, problemi o aspirazioni personali, poi spendibili per confezionare messaggi ad hoc e raggiungere obiettivi commerciali o politici.

Le conferme stanno sul sito di Cambridge Analytica. Dove si ricorda ad esempio che nel 1994 la società lavorò con un partito del Sudafrica, forse l’African National Congress (ANC) di Nelson Mandela: l’occasione fu il primo voto dopo il regime di apartheid e mesi di violenze che avevano fatto temere per il processo di liberazione e riconciliazione.

Ora però bisogna guardare avanti. Scl Group, la società madre di Cambridge Analytica, ha avviato progetti ai quattro angoli dell’Africa. Si va dall’alleanza con l’ong World Vision per una ricerca in Rwanda su sanità e igiene, alla raccolta di informazioni sul disarmo in Sud Sudan; dallo studio di fattibilità per una rete telefonica in Somalia, ai sondaggi in Libia, dove a 3.000 persone sarebbe stato chiesto un parere su come ottenere pace e stabilità. Scl Group si definisce “provider di analisi di dati e di strategie per cambiare i comportamenti”. E l’Unione Africana? L’organismo che rappresenta gli Stati del continente non ha ancora preso posizione.