Elezioni presidenziali / Il commento
Camerun, tutto come previsto

Nella foto: Biya al voto il 7 ottobre assieme alla moglie Chantal.

Sarebbe stato tutto troppo bello, se il 2018 avesse rappresentato l’anno dell’alternanza alla testa dello stato in Camerun. Ma nessuno si illudeva, nemmeno quel Maurice Kamto che all’indomani dello scrutinio del 7 ottobre si era dichiarato vincitore, senza però portare delle prove fondate su eventuali percentuali, invitando il presidente Paul Biya - 85 anni, al potere da 36 (1982) e candidato per un settimo mandato, il terzo di sette anni - a cedergli il posto “in maniera pacifica”.

E così ci ritroviamo tutti con il vecchio-nuovo presidente chiamato a reggere le sorti del paese dell’Africa centroccidentale fino al 2025.

I dati ufficiali dicono che Paul Biya ha vinto con il 71,28% dei voti. A proclamarlo vincitore è stato il Consiglio costituzionale, lunedì 22 ottobre, al termine di un lungo processo postelettorale durato un paio di settimane. Ma, come spesso avviene nei paesi africani all’indomani di elezioni piuttosto impegnative, i candidati dell’opposizione hanno subito rigettato questi risultati, denunciandoli come fabbricati a tavolino e parlando di un’elezione “rubata”.

Spiragli di speranza

C’è comunque qualche insegnamento che fin da ora è possibile tirare da quest’ultima tornata elettorale in Camerun. A partire da una evidente ricomposizione del paesaggio politico e dalla mobilitazione degli elettori. Perché se è vero che dei 10 milioni di potenziali elettori solo 6,6 milioni si erano iscritti nelle liste e che di questi poco più della metà si sono recati alle urne, è vero anche che una larga parte della popolazione ha manifestato un interesse che non si era visto in Camerun nelle precedenti elezioni, quando i camerunesi avevano finito per convincersi che andare a votare era tempo perso.

L'opposizione aveva registrato un fallimento nel non riuscire a far inscrivere in massa i camerunesi sulle liste elettorali, ma con questa elezione qualcosa sembra cominciare a lasciare intravvedere un cambiamento. Sono emerse infatti delle figure nuove: candidati che sono parsi più determinati e combattivi. Forse anche più seri. Numerosi sono stati i cittadini che si sono lasciati appassionare dalla campagna elettorale, seguendo i dibattiti alla televisione e l’attualità sui social.

Si è registrata anche una novità assoluta: al momento dello spoglio, sono stati in migliaia a prendere delle foto o a filmare i risultati come apparivano sugli schermi delle aule scolastiche che erano servite da seggi, per postarli su internet. Segno che i giovani avevano preso coscienza di avere la loro da dire.

Si può aggiungere che il panorama politico è cambiato? Queste elezioni hanno fatto scoprire - grazie alla sua statura, alla sua determinazione e al lavoro sul campo - Maurice Kamto. Quando nel 2012 aveva deciso di lanciare il suo partito, pochi l’avevano preso sul serio. Oggi può vantarsi di aver vinto nella sola regione dove Biya non è in testa, il Litorale (con capoluogo Douala, la capitale economica del paese). Qui, ottiene il 38,60% dei suffragi, battendo Biya. Anche se poi, a livello nazionale, arriva secondo con il 14,23%. Ma scuote il regime, cosa che non si era più vista negli ultimi vent’anni. Rifiuta solennemente e categoricamente di riconoscere i risultati ufficiali e annuncia di voler «utilizzare tutti i mezzi del diritto per far ristabilire la verità delle urne».

Candidato del Movimento per la rinascita del Camerun (MRC), Maurice Kamto ha reso grande il suo partito a spese del Social Democratic Front (SDF), il principale partito dell’opposizione camerunese, che nella parte anglofona del paese, suo feudo storico, non ha fatto il pieno dei voti, per via del boicottaggio voluto dai separatisti e della crisi che da due anni colpisce quella zona praticamente in stato di velata guerra civile. A farne le spese è Joshua Osih del partito di John Fru Ndi, oggi diviso, che racimola solo poco più del 3%.

Importante anche l’affacciarsi sulla scena politica del beniamino della presidenziale, Cabral Libii, 38 anni, che si è fermato al 6,28% dei voti, ma che è riuscito a risvegliare le speranze che covano nel cuore di tanta parte della gioventù camerunese.

Intanto il paese avrà ancora per i prossimi sette anni alla sua testa il candidato del partito-stato, l’Unione democratica del popolo camerunese (RDPC), Paul Biya. Non gli sarà facile tendere la mano ai “ribelli” separatisti delle regioni anglofone che si sentono discriminati dalla maggioranza francofona. Ma senza riconciliazione il Camerun rischia di non avanzare.

Un regime che si eternizza genera necessariamente corruzione, vera piaga nel paese. Certo, il Camerun sta crescendo a un ritmo che supera il 4%, tasso però insufficiente a far sognare. Ci sono progetti di infrastrutture in corso che fanno ben sperare e il paese rimane uno dei primi esportatori mondiali di cacao, caffè, cotone e legname. Eppure la povertà continua a colpire il 40% della popolazione.