Amnesty / Rapporto 2019
Cappio egiziano

Nel 2018 sono state 690 le esecuzioni effettuate in tutto il mondo, un numero sensibilmente inferiore rispetto al 2017 quando erano state 993. A dirlo è l’ultimo rapporto sulle condanne a morte e sulle esecuzioni diffuso da Amnesty International.

Dal report emerge un’immagine in chiaro scuro dell’Africa. Da un lato ci sono gli importanti passi in avanti fatti in Burkina Faso, dove è stata abolita la pena di morte per i reati ordinari, e nel Gambia del dopo Yahya Jammeh, dove il suo successore Adama Barrow ha avviato le procedure per archiviare definitivamente le esecuzioni capitali. Dall’altro restano, però, allarmanti le situazioni soprattutto nei 5 dei 55 stati dell’Unione africana in cui decine di persone sono state mandate al patibolo: Botswana, Egitto, Somalia, Sud Sudan e Sudan.

Resta fuori da quest’ultima graduatoria la Libia, paese in cui, però, si consumano rese dei conti ed esecuzioni sommarie lontano dai riflettori dei media. E la situazione non potrà che peggiorare in questo 2019, ora che le truppe del generale Haftar sono a poche decine di chilometri dal centro di Tripoli e che le sorti di decine di migliaia di migranti africani rinchiusi nei centri di detenzione libici lungo le coste sono più che mai incerte.

Il sanguinario Egitto di al-Sisi

In Nordafrica e nel Medioriente, l’Egitto è uno dei cinque paesi in cui sono state eseguite sentenze capitali: gli altri sono stati Arabia Saudita, Iran, Iraq e Yemen. Nello stato nordafricano sono state imposte il 61% delle condanne a morte registrate in tutta la macroregione (717 rispetto alle 402 nel 2017) e portate a termine 43 esecuzioni (35 nel 2017).

Non accenna dunque ad allentarsi la morsa attorno ai Fratelli Musulmani ordinata dal presidente Abdel Fattah al-Sisi da quando questi, nell’estate del 2013, ha assunto il potere con il golpe che ha spodestato il suo predecessore Mohammed Morsi. Da allora le persone condannate a morte sono state almeno 2mila e i casi di torture nelle carceri, di “confessioni” estorte agli oppositori del regime dalle forze di polizia e di processi iniqui non sono affatto diminuiti.

È un circolo vizioso che si alimenta di continue accuse di terrorismo mosse arbitrariamente contro oppositori politici e che difficilmente verrà spezzato fino a quando i militari avranno il controllo di ogni cosa che riguarda la vita pubblica del paese, compresi ovviamente i tribunali.

A otto anni dall’uccisione del Colonello Gheddafi come era prevedibile la Libia continua a fare i conti con gli spettri dell’ex regime. Nell’agosto scorso una corte d’appello ha condannato a morte per fucilazione 45 sostenitori dell’ex leader per omicidi commessi a Tripoli durante la rivolta del 2011 contro il governo. Altro caso poco trattato dai media internazionali è quello del Marocco e del Sahara Occidentale, dove non si eseguono condanne a morte dal 1993 ma dove, a fine 2018, si sono contate 93 persone rinchiuse nel braccio della morte.

La situazione in Africa subsahariana

In Africa subsahariana nell’ultimo anno le esecuzioni sono scese a 24 rispetto alle 28 del 2017, le sentenze capitali sono passate da 878 a 212, ma saliti da 15 a 17 gli stati che hanno comminato la pena di morte. La situazione più critica si registra in Sud Sudan, paese ormai da anni teatro di una violenta guerra civile in cui ci sono state almeno 8 le condanne a morte e almeno 7 le esecuzioni.

Tra i giustiziati anche un condannato a morte quando ancora era minorenne, fatto che costituisce una chiara violazione di quanto previsto dalla Costituzione transitoria del paese e dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia, a cui il Sud Sudan ha aderito nel 2015. Amnesty International teme, però, anche per la sorte delle 345 persone rinchiuse nel braccio della morte dopo che, nel luglio scorso, il direttore generale del Servizio carcerario nazionale ha ordinato il trasferimento di molte di esse nelle prigioni centrali di Wau e Juba, le due carceri in cui si finisce al patibolo.

Altro contesto difficile da decifrare è quello della Nigeria, dove sono oltre 2mila le persone attualmente rinchiuse nel braccio della morte, il numero più alto di tutta l’Africa Subsahariana. Il rischio concreto è assistere in diversi stati del paese a un ampliamento del campo di applicazione della pena di morte. È il caso dello stato del Rivers che, nel marzo scorso, ha emendato le sue leggi per comminare la pena capitale in caso di sequestro e appartenenza a una setta.

In Uganda, dove le ultime esecuzioni risalgono al 1999, ha destato perplessità l’annuncio del presidente Yoweri Museveni di voler firmare i mandati di esecuzione come deterrente per contrastare l’aumento del tasso di criminalità. Mentre in Guinea, dove la pena di morte per tutti i reati è stata abolita nel 2017, almeno otto persone risultavano rinchiuse nel braccio della morte alla fine del 2018.

Nella Somalia, falcidiata dagli attentati dei jihadisti di al-Shabaab, nel 2018 quantomeno si è registrata una diminuzione delle esecuzioni, scese a 13 rispetto alle 24 del 2017. Di queste 3 sono state ordinate dal Governo federale della Somalia e 10 dall’amministrazione regionale del Jubaland. La fucilazione è stato il metodo utilizzato per giustiziare tutti i condannati.

Segnali positivi, da prendere comunque con le dovute precauzioni, sono arrivati anche dallo Zimbabwe del dopo Robert Mugabe, costretto a farsi da parte nel novembre del 2017 dopo quasi un quarantennio al potere. Nel marzo del 2018 il suo successore ed ex alleato, Emmerson Mnangagwa, ha commutato le condanne a morte di almeno 16 detenuti che erano nel braccio della morte da più di di 10 anni.

Uno dei paesi su cui si concentreranno i radar di Amnesty International in questo 2019 è sicuramente il Sudan, dove nel 2018 sono state giustiziate due persone (non accadeva dal 2016) e dove le vibranti proteste contro Omar al-Bashir, al potere ininterrottamente dal 1989, potrebbero presto spingere il regime a usare metodi ancora più violenti per soffocare le voci di dissenso. A meno che non siano i militari a decidere che per il dittatore è arrivata l’ora di fare un passo indietro. Come pare sia successo visto che al-Bashir è stato deposto oggi dall'esercito. ha annunciato oggi le sue dimissioni.