Elezioni in Kenya
Cattive premesse

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Nella foto grande in alto: Cartello per la registrazione nell'elenco degli aventi diritto al voto nella contea di Kajiado, 80 chilometri a sud di Nairobi. (AP)  

E’ anno di elezioni in Kenya. Se non ci saranno ripensamenti, si voterà l’8 agosto, come stabilisce la nuova Costituzione entrata in vigore nel 2010: il secondo martedì di agosto, ogni 5 anni. Ma già nel 2012 le elezioni erano state posticipate al marzo 2013 per questioni organizzative. Un lungo dibattito si è svolto anche quest’anno tra chi chiedeva di rispettare il dettame costituzionale e chi osservava che l’8 agosto la macchina elettorale non sarebbe stata pronta e questo avrebbe certamente provocato problemi nella gestione delle operazioni di voto.

Come del resto successe nel 2013 quando, per il tempo insufficiente, non fu possibile collaudare il nuovo sistema di controllo biometrico e di trasmissione elettronica dei voti, che collassò, provocando ritardi nella comunicazione dei risultati e contestazioni in numerosi collegi.

Un rischio ancora presente tanto che, il mese scorso, il presidente Uhuru Kenyatta ha firmato un emendamento alla nuova legge elettorale che permette alla Commissione elettorale indipendente (Ibec - Indipendent and boundary electoral commission) di adottare il voto (e lo spoglio) manuale in alternativa a quello elettronico previsto dalla legge, in caso di necessità.

Nel 2013 Kenyatta fu proclamato vincitore al primo turno per una manciata di voti. Raila Odinga, il maggior candidato di opposizione, si appellò, senza successo, alla Corte Suprema. Nel 2013 le violenze che una simile situazione avrebbe potuto provocare furono molto limitate. Parecchi analisti osservarono che il caso aperto alla Corte penale internazionale contro il presidente, il vice-presidente e diversi altri eminenti politici per le violenze post elettorali del 2007 / 2008 era stato un potente deterrente. 

Preoccupazione diffusa

Ora, che la Corte penale ha chiuso il procedimento e l’impunità è stata garantita, molti si chiedono se anche le elezioni di quest’anno potranno svolgersi pacificamente. Non mancano le preoccupazioni. Tra i primi ad esorcizzare possibili conflitti è stato proprio il presidente Kenyatta, nel suo discorso per il giorno dell’indipendenza, il 12 dicembre scorso. Ha usato parole che non necessitano di interpretazione: “Siamo una democrazia, perciò potremo essere in forte disaccordo. Ma dovrà esserci un limite. Non dobbiamo arrivare a combattere. Dovremo accettare i risultati o contestarli attraverso le vie legali previste”.
A novembre  i vescovi kenyani si sono detti allarmati per il clima violento alimentato da alcuni politici in varie zone del paese.  

In questi giorni sono stati invece gli ambasciatori accreditati nel paese ad esprimersi: “Le elezioni dell’agosto 2017 sono critiche per il futuro del Kenya. Elezioni libere, imparziali, pacifiche e credibili aiuteranno a raggiungere le straordinarie promesse della Costituzione del 2010, a rafforzare la democrazia e a migliorare le condizioni economiche di tutti i keniani”. Un chiaro segnale di preoccupazione anche della comunità internazionale.

Polemiche sulla Ibec

Il paese si sta preparando, infatti, con un certo nervosismo, al voto.  La campagna elettorale è in pieno svolgimento ormai da mesi. E’ cominciata fin dallo scorso autunno con accese discussioni sulla commissione elettorale, composta da 9 membri nominati dal presidente e confermati dal parlamento. La commissione è incaricata, tra l’altro, di delimitare i collegi elettorali e di organizzare l’iscrizione nelle liste elettorali degli aventi diritto, la registrazione dei candidati e lo svolgimento delle operazioni di voto. Ha dunque un ruolo cruciale per garantire l’ordine e l’imparzialità della consultazione.

La commissione allora in carica, responsabile dell’andamento della tornata elettorale del 2013, è stata contestata duramente dall’opposizione, con manifestazioni settimanali nelle strade di Nairobi, provocando la paralisi del centro della città e la reazione spesso troppo decisa delle forze di polizia. Alla fine la commissione ha dovuto dimettersi. La nuova è stata nominata solo all’inizio di quest’anno e confermata dal parlamento pochi giorni fa, riaprendo le discussioni sui tempi, considerati da diversi osservatori davvero troppo stretti per far funzionare al meglio la macchina elettorale. Per di più, parecchi dei suoi membri sono decisamente chiacchierati: accuse di corruzione, di nepotismo, perfino di tribalismo.

Ombre sulla registrazione dei votanti

Il 17 gennaio è cominciata la campagna per la registrazione dei votanti non ancora inseriti nelle liste elettorali, la maggior parte degli aventi diritto. Appelli radiotelevisivi, manifesti, attivisti con megafoni invitano a recarsi ai numerosi punti allestiti nelle strade, dove, chi si registra, deve lasciare anche le impronte digitali e la fotografia, come prevede il sistema biometrico di controllo, che ha lo scopo di evitare doppie registrazioni e brogli al momento del conteggio dei voti. La campagna durerà un mese e si propone di registrare alcuni milioni di elettori. Ma sembra che non stia andando secondo le previsioni. La commissione elettorale ha dichiarato che, nella prima settimana, si sono registrate 825.145 persone, solo il 58% dell’obbiettivo posto di un milione e quattrocentomila.

E cominciano già ora le accuse di brogli. Pochi giorni fa la polizia ugandese ha dichiarato di aver trovato una parlamentare della coalizione Jubelee - che sostiene il presidente Kenyatta nella corsa per un secondo mandato - mentre reclutava illegalmente votanti in un villaggio appena oltre il confine tra i due paesi. La registrazione dei keniani all’estero è prevista, infatti, solo nel prossimo mese di marzo.

Anche il confronto tra i candidati è già molto acceso. Gli osservatori danno per probabile vincitore Kenyatta, con un buon margine di voti, anche perché l’opposizione non ha, per ora, fatto quadrato attorno al rivale di sempre, Raila Odinga. Ma la campagna elettorale è ancora lunga.