Scambi commerciali in calo
Cina e Africa, matrimonio in crisi

Nella foto grande: un cantiere di una società di costruzioni cinese in una zona economica speciale a Kigali, Rwanda. (Quartz / Lily Kuo)

 

Foto piccola (clicca per ingrandire): la mappa dei paesi a rischio dipendenza (Coface).


«Le nazioni dell’Africa subsahariana stanno diventando sempre più dipendenti dall’esportazione verso la Cina con un conseguente aumento del rischio di pesanti ricadute legate al rallentamento dell’economia cinese».
Lo rileva un nuovo studio dal titolo “Cina-Africa: durerà il matrimonio di convenienza?”, pubblicato da Coface, gruppo francese specializzato in materia di assicurazione dei crediti all’esportazione, che ha realizzato un interessante disamina dei legami tra i due blocchi, a diciotto anni dal primo Forum per la cooperazione Cina-Africa (Focac).

Secondo gli analisti finanziari di Coface, il rallentamento dell’economia cinese ha sacrificato i consumi interni. Per questo, il gigante asiatico ha intrapreso un nuovo corso per rilanciare il consumo privato rispetto agli investimenti e dunque anche alla produzione industriale. Penalizzando così le esportazioni della regione sub-sahariana verso la Cina, concentrate per oltre l’80% in minerali, metalli e idrocarburi.

Una tendenza che negli ultimi due anni ha trovato conferme nel tangibile calo degli scambi commerciali tra il continente africano e l’ex Impero di Mezzo, nonché nel decremento del flusso di Investimenti diretti esteri (IDE) della Cina verso i paesi africani.

Due elementi, che oltre a tradursi in una domanda inferiore per le risorse minerarie ed energetiche africane, hanno prodotto una notevole diminuzione dei prezzi delle materie prime rispetto ai picchi del 2014, a partire da quello del greggio. Un calo che ha dimezzato il valore delle esportazioni africane, che nel 2014 registrarono un record di 111,7 miliardi di dollari (95,80 miliardi di euro) contro i 54,8 miliardi di dollari (47 miliardi di euro) del 2016.

10 i paesi più a rischio

Il report osserva anche che il calo della domanda avrà il suo impatto più forte soprattutto in quei paesi sub-sahariani che hanno maggiormente beneficiato dell’espansione economica cinese. Lo studio li classifica con l’ausilio di un Indice di dipendenza dalle esportazioni verso la Cina, strutturato con punteggio che va da 0 (nessuna dipendenza) a 1 (assoluta dipendenza).

Tra i 54 paesi africani, sono dieci quelli che l’Indice ritiene maggiormente esposti alla diminuzione degli scambi commerciali con il Dragone asiatico. Da notare che questi paesi sono anche quelli che hanno beneficiato maggiormente di finanziamenti e flussi di IDE cinesi.

I due paesi in assoluto più vulnerabili ai potenziali cambiamenti della domanda cinese sono il Sud Sudan seguito dall’Angola, ambedue caratterizzati da economie basate principalmente sulla produzione di petrolio. Terzo nella graduatoria è il Gambia, grande produttore di legname, mentre il Congo è penalizzato per la forte dipendenza dall’export di petrolio ricavato dalle sabbie bituminose. Anche Eritrea, Guinea e Mauritania sono tra i paesi più dipendenti, a causa delle esportazioni di minerali di metallo.

 

Moderato ottimismo

Tuttavia, il rapporto riconosce che nonostante il generale peggioramento della dipendenza dall’export verso la Cina, gli ultimi sviluppi lasciano spazio a un velato ottimismo, dettato dalla graduale diversificazione del paniere di esportazioni dell’Africa, che ha integrato le materie prime trasformate a più forte valore aggiunto. Tra queste materie prime, potenziali beneficiarie del riequilibrio del modello di crescita cinese, spicca il legname grezzo e, in misura minore, alcuni prodotti agricoli come le arance sudafricane, il sesamo etiopico, le noci di cola senegalesi e il tabacco mozambicano.

Inoltre, i finanziamenti e gli IDE cinesi hanno cominciato a diversificarsi dai settori estrattivi, concentrandosi maggiormente sulla produzione, sulle utility e sui servizi. Tuttavia, per parafrasare il titolo dello studio, in ogni buon matrimonio è sempre obbligatoria una sana dose di scetticismo. In questo caso, derivata dal fatto che i paesi africani fortemente dipendenti dalla Cina restano ampiamente esposti ad una domanda debole o a un possibile nuovo crollo dei prezzi delle materie prime.

Senza dimenticare che gli interessi cinesi per la regione si basano in via prioritaria su una rete complessa di obiettivi politici ed economici. Un fattore che per i governi africani implica il rischio di accentuare la vulnerabilità oltre che alla domanda, anche ai mutamenti della politica estera cinese.

Tutto questo porta gli economisti di Coface alla considerazione finale che «c’è ancora molto lavoro da fare per trasformare la relazione tra Cina e Africa in una cooperazione vincente».