Il caso Unilever Kenya
Come Davide contro Golia

Una delle più grandi multinazionali del mondo potrebbe dover risarcire un gruppo di lavoratori keniani per i danni subiti durante le violenze post elettorali del 2007 e 2008.

La Unilever, colosso anglo-olandese proprietario di 400 marchi tra i più diffusi nel campo delle bevande, dei prodotti alimentari e di quelli per l'igiene personale e per la pulizia della casa, è anche di gran lunga la più importante produttrice ed esportatrice di tè del Kenya, attraverso la sua sussidiaria, Unilever Tea Kenya Ltd. (UTKL). Il suo marchio commerciale più conosciuto è quello del tè Lipton, per intenderci, presente sugli scaffali di ogni negozietto e di ogni supermercato di molti paesi africani, ma anche di Medio Oriente, Asia, Australia, Americhe e della stessa Europa.

Il nome attuale, Unilever Tea Company Ltd, è abbastanza recente, essendo stato registrato nel 2004, ma la sua attività nel paese risale agli inizi del secolo scorso, quando fu fondata la Brooke Bond Kenya, filiale dell’omonima compagnia indiana. Fu la Brooke Bond a importare dall’India la pianta del tè che non è autoctona del paese. Oggi la UTKL è una delle più importanti imprese commerciali del paese. Sfrutta, per la produzione di tè, 16.223 acri di terra e impiega circa 20.000 lavoratori.

Le accuse

Il caso - che si dibatte da diversi anni e sta per approdare all’ultimo grado di giudizio nel sistema britannico, la Corte Suprema di Londra, dove è registrata la casa madre, Unilever PLC - riguarda fatti avvenuti presso una delle piantagioni della UTKL nella Rift Valley, durante i disordini post elettorali del 2007-2008, durante i quali ci furono almeno 1.200 morti nel paese, la maggioranza proprio nella Rift Valley, regione dove si trovano gran parte delle piantagioni di tè e di altri prodotti agricoli commerciali. Gli accusatori sono 218 lavoratori che corsero gravi pericoli e subirono gravi danni durante un attacco ad una delle piantagioni della multinazionale. Tra gli accusatori ci sono 56 donne che subirono violenze sessuali di gruppo e le famiglie di 7 persone uccise nell’attacco. Ora chiedono di essere risarciti.

I lavoratori accusano l’azienda di aver sottovalutato gli allarmi ripetuti e il grave pericolo per loro, non originari della zona e dunque obiettivo primo delle violenze politiche su base etnica che si aggravavano giorno dopo giorno nel paese, in particolar modo proprio nella Rift Valley. Nella sua azione, il gruppo è sostenuto da diverse organizzazioni della società civile: tra le altre, le britanniche REDRESS, Ending Torture, Seeking Justice for Survivors, CORE, che si occupa di responsabilità sociale, e la rete africana African Coalition for Corporate Accountability (ACCA).

In una lettera, spedita all’amministratore delegato della multinazionale Paul Polman il 25 settembre, le organizzazioni sopra nominate scrivono che i manager della compagnia erano in ferie (i disordini scoppiarono nel periodo natalizio) e non affrontarono la situazione seriamente e tempestivamente. Presero però misure atte a proteggere gli impianti e i beni della ditta, comprese le residenze dei manager, piuttosto che i lavoratori, ai quali venne consigliato di rifugiarsi nella foresta, dove rimasero intrappolati e cacciati dagli assalitori. Inoltre, nessuno si preoccupò di andare a recuperarli. Dopo l’attacco poi, la piantagione e gli impianti di lavorazione del tè collegati chiusero per sei mesi. I lavoratori furono lasciati senza stipendio e le persone bisognose di cure perché ferite o traumatizzate, senza assistenza sanitaria.

La replica del colosso

La Unilever si difende dicendo di non aver nessuna responsabilità legale per fatti riguardanti le sue sussidiarie, ma chi sostiene l’accusa si dice enormemente sorpreso dalla posizione assunta, perché la multinazionale ha sempre propagandato in modo entusiastico la necessità di adottare standard per la protezione dei diritti umani dei lavoratori. Anche nel suo sito web, molto si dilunga nell’illustrare il suo codice etico, le garanzie e le facilitazioni offerte ai propri dipendenti.  

Nel 2016 un giudice dell’Alta Corte si pronunciò a favore della multinazionale, perché la gravità degli scontri etnico-politici di cui i lavoratori rimasero vittime, non poteva essere prevista. Un verdetto che è stato poi sostanzialmente confermato - anche se con diverse motivazioni - dalla Corte d’Appello, alla quale le vittime hanno fatto ricorso. L’ultima speranza, per loro, resta ora la Corte Suprema.

Certo sorprende constatare come una multinazionale del peso economico della Unilever sia disposta a mettere in gioco la propria immagine, piuttosto che riconoscere un risarcimento ai lavoratori danneggiati da provvedimenti presi dai propri manager. Anche considerando che il peso economico sarebbe quasi del tutto irrilevante per il suo bilancio.

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