Elezioni presidenziali del 2020
Costa d’Avorio, la politica mescola le carte

Guillaume Soro e il presidente Alassane Ouattara 

In Costa d’Avorio si affilano le armi in vista delle presidenziali, ad ottobre 2020. Armi degli accordi e dei disaccordi. È la ragione per cui questo paese andrà osservato con molta attenzione nei prossimi mesi, con riferimento a quanto accaduto in passato e a ciò che quel passato può rappresentare per gli sviluppi futuri.

Dopo tanti anni rimangono sulla scena due figure chiave. Uno è l’attuale presidente, Alassane Ouattara, che dice che aspetterà il 2020 per rompere gli indugi sulla ricandidatura a quello che sarebbe un terzo mandato. Ma intanto sta muovendo le sue pedine, un po’ sulla scena, un po’ dietro le quinte. L’altro è un assente-presente, Laurent Gbagbo.

L’ex presidente ha trascorso sette anni nelle prigioni dell’Aja accusato dalla Corte penale internazionale (Cpi) di crimini di guerra per le violenze accadute a seguito delle presidenziali 2010, quando si rifiutò di accettare la vittoria di Ouattara (ampiamente contestata e dubbia), cosa che diede vita a giorni di massacri (da una parte e dall’altra). Da queste accuse Gbagbo e il suo braccio destro ed ex leader del Movimento dei giovani patrioti, Charles Blé Goudé, sono stati di recente scagionati. Eppure…

Eppure la Cpi - con una decisione che gli avvocati giudicano contro i principi dello stesso Statuto di Roma, istitutivo del tribunale - ha stabilito che Gbagbo è libero, ma dovrà risiedere in Belgio. Una sorta di confino, insomma. Perché? I sostenitori dell’ex presidente - e sono molti - non hanno dubbi: si vuole tenere lontano Gbagbo per impedirgli di “disturbare” le elezioni. Un disturbo che consisterebbe nella sua eventuale candidatura e nel rafforzamento del Fronte popolare ivoriano, partito da lui fondato nel 1982 durante l’esilio e il regime a partito unico del presidente Félix Houphouët-Boigny.

A Ouattara - e alla Francia, che come si sa lo sostiene ed è stata l’“esecutore materiale” dell’arresto di Gbagbo nel 2011 - non conviene la sua presenza. Del resto di cose da districare ce ne sono non poche. A cominciare dal disaccordo innescatosi con Guillaume Soro, presidente dell’Assemblea nazionale, recentemente rimosso dal suo incarico. Anche qui la domanda è: perché?

Che i rapporti tra Soro e Ouattara, di cui è stato anche vicepresidente e ministro, si siano incrinati da tempo è cosa nota. Ma certo ha fatto molto discutere l’assenza di Soro al congresso del 26 gennaio scorso dell’RHDP (Rassemblement des houphouëtistes pour la démocratie et la paix), partito di maggioranza di cui Ouattara è appunto presidente.

Le dimissioni di Soro - non si è ancora capito quanto forzate o richieste - partono da questo mese, febbraio, ma sono state annunciate da Ouattara il 28 gennaio, vale a dire un giorno prima del Congresso del partito. Cosa farà adesso Soro? Lui fa sapere che si dedicherà agli studi, nient’altro. Nessuna candidatura. C’è da crederci? Comunque, dal 15 gennaio, ha cominciato a seguire corsi per un dottorato sulla finanza alla prestigiosa università di Harvard e - ha detto alla stampa - vuole consacrare il suo tempo allo studio e alla famiglia che, pare, si sposterà negli Stati Uniti.

In questo quadro - ancora tutto da chiarire - va aggiunto il ruolo del PDCI (Partito Democratico della Costa d’Avorio), il cui presidente, Henri Konan Bédié continua - al pari di tutti gli altri - ad essere criptico sulla sua candidatura alle presidenziali. «Può darsi che mi candidi, ma può darsi di no», ha risposto a chi gli ha fatto una domanda diretta.

A dicembre Bédié ha confermato la rottura con Ouattara - che pure aveva appoggiato nelle contestate elezioni del 2010-2011, quando aveva invitato i suoi a votare per lui al secondo turno. Cosa di cui si è pentito in seguito, così come di aver rinunciato a candidarsi nel 2015, sempre per appoggiare Ouattara. Ora “sfinge”, come è soprannominato, sembra proprio aver cambiato idea, sia sull’ex “amico” che sul suo prossimo ruolo nel paese, anche se rimane abbottonato sulle decisioni che prenderà.

Insomma, l’impressione è che ci si osservi a distanza, guardando alle mosse dell’altro e decidendo, come sempre, nella discrezione delle quattro mura. Una discrezione rotta dalle ingerenze estere - dicono gli ivoriani - che sanno bene che la loro politica è ancora fortemente influenzata da diktat e pressioni che arrivano da fuori. Dalla Francia in primis. Ma anche dalle relazioni commerciali che si sono nel tempo strette con paesi e imprese private che hanno investito non poco in Costa d’Avorio. Una suspence finemente orchestrata, dunque. Mentre i giovani ivoriani attendono – pazientemente - il loro momento e un cambio radicale di rotta.