I contadini e il land grabbing
Diritto al cibo negato in Zambia

Sempre più poveri, sempre meno sani e a rischio sfratto. È il ritratto che la relatrice speciale per il diritto al cibo delle Nazioni Unite ha fatto dei contadini in Zambia. Al termine della sua prima visita ufficiale nel paese dell’Africa australe, Hilal Elver ha denunciato la situazione precaria in cui vivono i contadini in Zambia. Nonostante rappresentino più della metà della popolazione attiva e forniscano l’85% del cibo che viene consumato nel paese, il 40% di loro vive in estrema povertà.

Il cibo che consumano gli abitanti delle aree rurali non è adeguato e a farne le spese sono soprattutto donne e bambini. Tra i più giovani si registra un’alta percentuale di mortalità per malnutrizione, dovuta alla difficoltà di accesso ai servizi sanitari e ai nutrienti adeguati. Nella dichiarazione finale della relatrice vengono individuati anche gli ostacoli economici e sociali che impediscono ai contadini un accesso al cibo adeguato. Molti agricoltori rischiano di essere allontanati dalla terra che coltivano perché non possiedono titoli di proprietà e altri sono costretti ad abbandonare l’attività quando si rivela troppo poco redditizia.

Settore in crescita

Il settore agricolo in Zambia sta crescendo, insieme al resto dell’economia, come confermano i dati della Banca Mondiale. Secondo l’istituzione internazionale il paese è destinato ad una crescita del 4% per quest’anno e le prospettive sono positive anche per gli anni a venire. Dal 2000 ad oggi la produzione di cereali è triplicata.

Lo sviluppo agricolo di questo decennio, però, secondo la relatrice speciale per il diritto al cibo, ha interessato la grande agricoltura industriale, mentre i piccoli contadini sono rimasti estranei alla crescita. In Zambia la maggior parte degli agricoltori non possiede la terra che coltiva, una condizione comune a molti altri paesi del continente. Il bene viene gestito attraverso sistemi consuetudinari di proprietà fondiaria, senza titoli codificati. Secondo la legge in vigore, lo Stato può espropriare la terra solo nel caso in cui sia destinata a piani di sviluppo.

Proprio in nome delle politiche di aumento della produttività, il governo ha firmato accordi di concessione anche con aziende straniere. La legislazione fondiaria di molti paesi dell’Africa sub-sahariana, infatti, esclude la possibilità per soggetti stranieri di acquistare la terra ma non impedisce la concessione, che spesso prevede termini di sfruttamento molto lunghi, anche fino a 99 anni. Dal 2000 ad oggi sono state firmate 26 concessioni di terra ad aziende straniere, per un totale di quasi 400 mila ettari.

Sviluppo iniquo e inquinante

L’ultimo report pubblicato da Land Matrix, il centro che monitora le acquisizioni di terra, analizza oltre agli accordi oggi operativi (15) anche l’origine degli investitori e il tipo di prodotti coltivati. La parte del leone, per numero di concessioni ottenute, spetta al Sudafrica, per un totale di 200 mila ettari. La terra dello Zambia però interessa anche il vicino Zimbabwe, Cina, India, Germania e Gran Bretagna. La maggioranza delle compagnie straniere coltiva prodotti agricoli, in molti casi destinati all’esportazione, ma in termini di superficie sono i biocarburanti a farla da padrone.

La specialista delle Nazioni Unite ha evidenziato il rischio che i contadini vedano i loro terreni espropriati e dati in concessione a compagnie straniere. Sono sempre più numerosi gli agricoltori diventati contadini a contratto, costretti a vendere i prodotti a prezzi molto bassi, imposti dalle grandi aziende. Circa la metà degli accordi conclusi in Zambia, secondo i dati forniti da Land Matrix, prevede la presenza di agricoltori a contratto sia all’interno che all’esterno dell’area della concessione.

Non solo si tratta di una crescita iniqua, secondo Hilal Elver, ma è anche uno sviluppo agricolo caratterizzato dall’uso di pesticidi e concimi che avranno un impatto rilevante nei prossimi anni su risorse naturali come acqua e suolo. L’appello lanciato dalla relatrice speciale è quello a tenere conto dei costi effettivi dell’espansione dell’agricoltura industriale: in termini umani, ambientali e sociali.