Segnali di regime
Dove va il Kenya?

Da sinistra a destra: Miguna Miguna, Raila Odinga, Tom "T.J." Kajwang e James Orengo, durante la cerimonia di autoproclamazione di Odinga “presidente del popolo”, il 30 gennaio a Uhuru Park, nel centro di Nairobi. (AP / Ben Curtis - abcnews.go.com)

Dove sta andando il Kenya? Se lo chiedono in molti negli ultimi giorni. Dopo una campagna elettorale giocata sullo scavare solchi sempre più profondi in un paese già profondamente diviso e due elezioni presidenziali caratterizzate da irregolarità e illegalità oltre che da violenza fisica e psicologica diffusa, la crisi sembra essere arrivata ad un pericoloso snodo senza che si intraveda ancora una via d’uscita.

Ultimo elemento catalizzatore il giuramento di Raila Odinga, capo della coalizione di opposizione (NASA), come “presidente del popolo”, che ha evidenziato in modo emblematico la polarizzazione del paese. E’ una divisione che si esprime senza possibilità di mediazioni nei giudizi della gente e dei commentatori e analisti, soprattutto quelli keniani. Accanto a chi sostiene che si è trattato di un atto illegittimo e illegale, c’è chi afferma che l’opposizione si è limitata ad usare gli spazi di agibilità politica garantiti dalla Costituzione. Qualcuno osserva che sarebbe stato illegale, dopo il giuramento, incitare la gente a marciare sulle istituzioni, ma che questo non è avvenuto. Anzi, aggiunge, le disposizioni date dai leader del NASA ai propri sostenitori sono state quelle di agire pacificamente e di non rispondere alle provocazioni, cosa che è avvenuta.

Censura di Stato

Ma il dibattito sulla legittimità del giuramento è ormai ampiamente superato da quello sui provvedimenti governativi che lo hanno accompagnato e seguito. Il primo, tanto inaspettato quanto preoccupante, è stato l’oscuramento di tre tra le principali reti televisive e poi anche dei loro siti, dove le notizie potevano essere seguite in streaming. Sono rimaste mute per un’intera settimana, nonostante il giudice competente avesse ordinato che le trasmissioni riprendessero immediatamente. I keniani potevano avere informazioni solo dalla rete governativa (KBC), e da quella della famiglia del presidente Uhuru Kenyatta (K24), normalmente poco seguite, che non sono mai state bloccate.

Solo dopo una settimana due delle reti oscurate (NTV e KTN News) sono ritornate in onda. Rimane ancora oscurata Citizen TV, l’unica davvero indipendente del paese - dice un comunicato dell’opposizione - di proprietà di un imprenditore privato, Samuel Kamau Macharia, che ha avuto l’ardire di denunciare l’azione governativa e di chiedere il risarcimento dei danni. Per di più, sottolinea il comunicato, Macharia è kikuyu, l’etnia del presidente, e dimostra di non voler sottostare alle linee tribali di giudizio, motivi per i quali viene particolarmente “punito” in questo momento.

Repressione

L’altro provvedimento deciso in concomitanza con il giuramento è stata la messa fuorilegge del movimento popolare di opposizione, il National Resistance Movement (NRM), legato alla rete politica NASA. Gli altri movimenti fuorilegge nel paese sono chiaramente gruppi terroristici, come al-Shabaab, o eversivi, ma comunque armati. La decisione è sembrata perciò immotivata a molti commentatori che l’hanno giudicata come un mero tentativo di intimorire l’opposizione. Altri hanno osservato che proprio la nascita del NRM ha contributo a contenere il malcontento post elettorale, offrendo una sponda a chi non si sentiva rappresentato dal governo emerso dalle votazioni.

Negli ultimi giorni sono stati presi di mira gli stessi leader dell’opposizione. Alcuni si sono visti revocare le guardie del corpo, che sarebbero loro garantite per legge, e il porto d’armi, rimanendo così senza strumenti di difesa personale in un momento di tensione del paese e dunque di particolare pericolo per loro. Ad altri è stato sospeso il passaporto, come al governatore di Mombasa, Hassan Joho, al senatore della contea di Siaya e avvocato dell’opposizione, James Orengo, allo stratega del NASA, l’economista David Ndii. Due sono stati imprigionati. Uno è stato rilasciato su cauzione dopo poche ore. Il secondo, Miguna Miguna, capo del NRM, è stato prelevato venerdì scorso con la forza dalla sua abitazione, che sarebbe stata gravemente danneggiata e saccheggiata. E’ rimasto in carcere ben cinque giorni, nonostante il giudice competente avesse ordinato la sua scarcerazione immediata su cauzione. Ieri sera è stato messo a forza su un volo diretto in Canada, paese di cui possiede il passaporto. Ma la decisione è stata presa dall’esecutivo, non dal potere giudiziario, che anzi avrebbe dovuto giudicarlo nelle stesse ore in cui è stato invece portato all’aeroporto.

Segnali di dittatura

Ed è proprio questo il punto critico per il futuro del paese. In tutti gli episodi citati i provvedimenti non sembrerebbero giustificati dalla legislazione vigente. In più, nel caso delle reti televisive e in quello dell’arresto e della deportazione di Miguna, gli ordini dei giudici sono rimasti lettera morta per giorni e giorni. In una dichiarazione rilasciata al New York Times, Willy Mutunga, ex presidente della Corte Suprema, posizione che ha lasciato nel 2016, ha detto: “Questa è una nuova crisi per la democrazia. Sfidare un ordine del tribunale è sovvertire il ruolo della legge”. Lo stesso concetto è stato espresso da un noto avvocato, Ahmednasir Abdullahi, che ha twittato che un ordine del tribunale va eseguito senza discussioni in quanto è previsto da “una democrazia costituzionale che è semplicemente non negoziabile”. “Se non si ubbidisce ad un ordine del tribunale si agisce come uno stato canaglia”. Ahmednasir Abdullahi non è un esponente dell’opposizione. Ha rappresentato il presidente Kenyatta davanti alla Corte Suprema nei ricorsi presentati nelle scorse elezioni.

La preoccupazione per la deriva che potrebbe prendere il paese è dunque grande e non solo nello schieramento dell’opposizione. Perfino sulle pagine dei giornali di grande diffusione si evoca l’epoca di Daniel Arp Moi (secondo presidente del Kenya, dal 1978 al 2002, successe al padre di Uhuru, Jomo Kenyatta, nrd) e se ne paventa il ritorno. Il titolo di un’analisi pubblicata domenica 3 febbraio sul sito del Daily Nation, il maggior quotidiano del paese, non potrebbe essere più chiaro: “I recenti incidenti indicano che il Kenya sta scivolando verso la dittatura”.