Annunciato il nuovo governo
E’ scoppiata la pace in Sud Sudan?

Nella foto: il presidente Salva Kiir (a sinistra) e il suo oppositore Riek Machar.

Dopo mesi e mesi di braccio di ferro, sembra che il presidente sud sudanese Salva Kiir e Riek Machar, capo del Splm-Io, il maggior movimento armato di opposizione, abbiano sciolto i nodi che impedivano l’accordo per la formazione del governo provvisorio di unità nazionale. I due lo hanno comunicato in una conferenza stampa congiunta tenutasi il 20 febbraio a Juba. La nuova compagine governativa sarà presentata il 22 febbraio, scadenza stabilita dalla comunità internazionale.

Una svolta inattesa

Nel suo discorso, il presidente ha comunicato lo scioglimento del governo ora in carica, chiedendo ai ministri attuali di non creare problemi, e la nomina dei cinque vicepresidenti, tra i quali Riek Machar avrà la posizione di primo vicepresidente, con compiti di affiancamento del presidente stesso.

Kiir ha comunicato che suo impegno primario per la vigilia della presentazione del nuovo governo sarà quello di provvedere al rifornimento delle derrate alimentari necessarie agli accantonamenti dell’esercito, dove anche le forze di opposizione stanno affluendo, secondo quanto stabilito dagli accordi firmati nel settembre del 2018, con l’intento di facilitare la formazione di un esercito nazionale.

La sicurezza del primo vicepresidente, dei ministri e in genere dei politici dell’opposizione, sarà garantita dalla guardia presidenziale. Infine, ha assicurato che le questioni rimaste aperte saranno discusse dal governo di unità nazionale, che dovrà approvare una nuova Costituzione e portare il paese alle elezioni, con le quali sarà chiusa la crisi aperta alla metà di dicembre del 2013.

Più di cinque anni di guerra civile che hanno portato il Sud Sudan sull’orlo della dissoluzione, in cui i morti, soprattutto civili, e in particolare donne e bambini, si sono contati in molte decine di migliaia, e i profughi in almeno 4 milioni.

Fino alla scorsa settimana il traguardo della formazione del governo provvisorio di unità nazionale sembrava ancora lontano. Erano falliti l’ennesimo incontro ad Addis Abeba, voluto dall’IGAD - l’organizzazione regionale che ha portato avanti la mediazione - e anche un incontro tra Kiir e Machar a Juba. Quest’ultimo era ripartito per Khartoum, dove era in esilio negli ultimi mesi, assicurando che il suo movimento non sarebbe mai entrato nel governo che Kiir aveva dichiarato di voler  presentare alla scadenza del 22 febbraio.

Delicate questioni insolute

Due le questioni su cui le posizioni erano ancora molto lontane. La prima è l’assetto amministrativo del paese. Il governo insisteva nel mantenimento degli attuali 32 stati, assetto deciso unilateralmente nel primi mesi della guerra civile. L’opposizione chiedeva il ritorno ai 10 stati in vigore al momento dell’indipendenza, in base ai quali era stata concordata la divisione dei poteri negli accordi di pace firmati nell’agosto del 2015, rivisti nel settembre del 2018. In gioco c’era il controllo delle risorse del paese, quelle petrolifere ma non solo.

Al ritorno da Addis Abeba il governo aveva organizzato diversi incontri, ufficialmente per testare l’opinione della gente ma, nei fatti, per mobilizzare supporto alla propria posizione. Il coordinamento dei 32 governatori in carica si era ovviamente espresso a favore del mantenimento dei 32 staterelli. A Rumbek, zona dei Laghi, erano state addirittura arrestate diverse persone, tra cui alcuni giornalisti, che non avevano partecipato alla manifestazione di massa a supporto della posizione governativa.

Pochi giorni dopo, a sorpresa, il presidente dichiarava di accettare il ritorno ai 10 stati, aggiungendo solo il mantenimento del controllo su 3 aree amministrative, un paio delle quali ricche di pozzi petroliferi. I governatori in carica venivano dimessi e il parlamento approvava il nuovo assetto del paese.

Ieri il passo indietro l’ha compiuto Machar, sulle questioni di sicurezza, accettando di rientrare nel paese senza che sia stata completata la formazione dell’esercito nazionale e soprattutto senza garanzie reali sulla sua sicurezza personale, almeno per quel che si capisce dalle dichiarazioni rilasciate nella conferenza stampa già citata.

Sarebbe interessante sapere quali pressioni sono state esercite sui due e quali garanzie sono state date dalla comunità internazionale, per determinare un così repentino cambiamento di rotta. Ma soprattutto se c’è un disegno non dichiarabile che si sta delineando a latere delle posizioni ufficiali.

Il rischio di un nuovo conflitto

Fonti credibili, indipendenti e solitamente ben informate, contattate nel paese, si dicono molto preoccupate, soprattutto per il fatto che non siano stati finalizzati gli accordi sulla sicurezza. Affermano che Juba è affollata da forze governative e dell’opposizione «Juba è piena di forze governative e dell’opposizione che dicono apertamente che questa volta la questione sarà risolta in città». E addirittura paventano la ripresa del conflitto: «So che entrambi i gruppi sono preparati e pronti per una nuova guerra» ci dice la fonte, coperta da anonimato per motivi di sicurezza.

La preoccupazione è talmente forte che negli ultimi giorni starebbero affluendo nei campi ugandesi molti nuovi profughi. «Negli ultimi tre giorni, quando ero nel campo, ho visto con i miei occhi nuovi arrivi, da tre fino cinque camion e autobus quotidianamente».

Certamente pesa il ricordo di quel che successe a Juba nel luglio 2016, quando fu formato il primo governo provvisorio di unità nazionale. Allora, forze governative e di opposizione si scontrarono violentemente in città. Machar riuscì miracolosamente a salvarsi, addentrandosi a piedi nelle foreste che ricoprono buona parte della regione dell’Equatoria e la guerra civile riprese, estendendosi anche alle zone del paese fino ad allora non toccate.

Speriamo che la memoria di avvenimenti così drammatici rimanga tale e che in Sud Sudan sia finalmente arrivata la pace. Ma su questo, purtroppo, è lecito nutrire ancora qualche dubbio.