Scomparsi almeno 750 milioni di dollari
Gecamines, uno “stato parallelo” in Rd Congo

La Repubblica democratica del Congo è uno dei paesi più ricchi di risorse naturali al mondo, ma il suo popolo non può beneficiarne e continua a vivere nella miseria. L’ennesima inchiesta, intitolata “La privatizzazione del settore del rame in Congo. Un affare di Stato”, è stata divulgata il 3 novembre dal Carter Center, un’ong creata nel 1982 dall’ex-presidente statunitense Jimmy Carter.

Al centro della colossale indagine, basata su 200 interviste, 100 contratti minerari e 1.000 documenti interni, ci sono le attività contrattuali e finanziarie della Gécamines, la gigantesca azienda di stato congolese che si occupa dell’estrazione di rame e cobalto nel paese. Secondo i ricercatori, la società agirebbe da anni come uno “stato parallelo” sfruttando la sua posizione privilegiata. Gécamines avrebbe guadagnato milioni di dollari grazie a contratti minerari siglati con privati, ma solamente una piccolissima parte di questi introiti è finita nelle casse dello stato.

Denaro volatilizzato

Nonostante dal 2002 nella Repubblica democratica del Congo (RdC) sia in vigore un codice minerario che dovrebbe eliminare il suo monopolio, Gécamines continua a mantenere il controllo delle risorse minerarie. Grazie al fatto di essere ufficialmente una società per azioni a rischio limitato (Sarl), è riuscita ad aggirare gli ostacoli burocratici e ad ottenere quasi 100 permessi di sfruttamento, superando così di due volte i limiti di concessioni minerarie stabiliti dalla legge. Come se non bastasse l’azienda possiede le concessioni più produttive, il che la rende più attraente agli occhi degli investitori privati, i quali preferiscono trattare con questo gigante piuttosto che lanciarsi in progetti di sfruttamento più rischiosi.

Le joint-venture così ottenute hanno fatto guadagnare alla Gécamines una media di 262 milioni di dollari all’anno tra il 2009 e il 2014, che in totale equivarrebbero a circa 1 miliardo e mezzo di dollari. Una manna per un paese povero come la RdC, ma di cui solo il 5% è finito nelle casse statali sotto forma di tasse e dividendi. La Gécamines afferma di aver reinvestito la parte restante per migliorare la produttività, ma secondo il Carter Center il denaro sembra sia stato invece utilizzato per altri scopi e non si riesce nemmeno a capire quali.

Analizzando i conti del periodo 2011-2014, gli investigatori statunitensi non sono riusciti a tracciare la bellezza di 750 milioni di dollari che sembrano essersi “volatilizzati”. L’opacità della gestione finanziaria della compagnia fa sorgere sempre maggiori sospetti sulla reale destinazione dei proventi. In particolare vi è il timore che questi vengano dirottati verso un piccolo gruppo di attori politici congolesi, avvallato dal rapporto pubblicato da Global Witness lo scorso luglio in cui, guarda caso, si parlava proprio della scomparsa di una somma simile nel periodo 2013-2015.

Rispunta Dan Gertler anche nei Paradise Papers

Una delle poche cose che gli investigatori sono riusciti a scoprire sui 750 milioni scomparsi è che una parte è stata indirizzata alla compagnia Fleurette Group come restituzione di un prestito. Questa società fa parte del Gruppo DGI (Dan Gertler International) di proprietà dell’uomo d’affari israeliano Dan Gertler, una personalità controversa, molto vicina all’élite politica congolese e al presidente Joseph Kabila in particolare. Gertler è stato accusato dall’Onu nel 2001 di aver prestato soldi a Kabila per comprare armi in cambio del monopolio nel settore dei diamanti e nel 2013 dall’African Progress Panel per aver privato la RdC di 1.3 miliardi di dollari attraverso contratti firmati da compagnie a lui collegate.

Da anni inoltre, lo stesso uomo compare in numerose inchieste di Global Witness che lo collegano alla multinazionale mineraria svizzera Glencore, la quale lo avrebbe usato come negoziatore per fare buoni affari in RdC grazie alle sue “conoscenze” nelle alte sfere.

Quest’ultime accuse sono state confermate appena due giorni fa dalle rivelazioni dei cosiddetti Paradise Papers, pubblicati dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ). Nei documenti ci sono le prove di un prestito da 45 milioni di dollari che la Glencore avrebbe fatto nel 2009 a una società controllata da Gertler dopo averlo ingaggiato per garantirle un difficile accordo minerario con il governo di Kinshasa.