Africa, business e diritti
Gli affari sono affari

In Africa, il barometro dei diritti umani (compreso il diritto di essere governati da istituzioni democratiche) non ha nulla a che vedere con quello degli affari. Lo conferma la classifica – elaborata dalla banca d’affari sudafricana Rmb (Rand Merchant Bank), incrociando dati macroeconomici e la capacità di “fare business” – che suggerisce agli investitori internazionali quali sono i paesi africani in cui è opportuno investire nei prossimi mesi.

Limitandoci a osservare i primi cinque classificati – Egitto, Marocco, Sudafrica, Kenya e Rwanda – pare evidente che uno dei criteri adottati è la stabilità politica: a quale prezzo non è rilevante. Se il Sudafrica e il Kenya, pur con alti e bassi, possono essere annoverati tra i regimi democratici, negli altri tre la stabilità, tanto apprezzata dal mondo degli affari, è pagata a caro prezzo dai cittadini.

Il generale

L’Egitto del generale Abdel Fatah al-Sisi – al potere dal luglio del 2013 con un colpo di stato militare che ha scalzato il presidente Mohamed Morsi, espressione dei Fratelli musulmani e regolarmente eletto – è ben noto anche all’opinione pubblica italiana per l’irrisolta vicenda di Giulio Regeni. Il ricercatore, che stava effettuando uno studio sul sindacato in Egitto, è stato rapito e ucciso nel gennaio del 2016.

Che ci sia lo zampino degli apparati di sicurezza del regime egiziano è la convinzione espressa da gran parte dell’opinione pubblica internazionale, quello che è certo è che l’Egitto non sta agevolando le indagini e i rapporti con l’Italia sono gelidi. E paiono destinati a congelarsi dopo il caso Patrick Zaki, oppositore di al-Sisi e studente egiziano che si stava specializzando a Bologna, arrestato il 6 febbraio al suo rientro in Egitto.

Il re

Se veniamo alla monarchia marocchina di Mohammed VI, oltre a non dimenticare l’annosa questione del Sahara Occidentale, annesso dal reame nel 1975 e che dal 1988 attende un referendum di autodeterminazione, è utile andarsi a vedere la recente denuncia di Human Rigth Watch per capire l’aria che tira.

Il despota

Quanto al Rwanda di Paul Kagame, è fuori discussione che a mantenere “stabile” il piccolo paese dei Grandi Laghi è una gestione del potere che non prevede opposizione di sorta (gli oppositori sono braccati e spesso uccisi in patria e all’estero), che è incentrata sulla figura del capo e che utilizza la memoria del genocidio del 1994 per stabilire un perpetuo dominio della minoranza tutsi (l’etnia che subì il genocidio) sulla maggioranza hutu. A quelli che vedono solo gli affari non interessa, ma la vera stabilità del paese deve passare attraverso la parola “riconciliazione” che certo non si può ottenere con uno stato di polizia.