Elezioni 2019
Guinea-Bissau, al ballottaggio senza il presidente

Nella foto i due sfidanti al secondo turno, il 29 dicembre: Domingos Simoes Pereira (a sinistra) e Umaro Cissoko Embalo. 

Domingos Simoes Pereira e Umaro Cissoko Embalo si sfideranno al ballottaggio del prossimo 29 dicembre per diventare il prossimo presidente della Guinea-Bissau. Lo hanno decretato i risultati provvisori annunciati dalla Commissione Elettorale Nazionale (CNE), in base ai quali Pereira, candidato del Partito per l’Indipendenza della Guinea-Bissau e Capo Verde (PAIGC), nelle elezioni generali del 24 novembre ha ottenuto il 40,13% dei voti senza riuscire a conquistare la maggioranza assoluta al primo turno, mentre Embalo è arrivato secondo con il 27,65% dei consensi.

Le operazioni di voto, secondo quanto riferito dalla CNE, si sono svolte in maniera sostanzialmente pacifica nonostante le tensioni e le violenze che hanno caratterizzato la vigilia delle elezioni, che hanno registrato un’astensione di circa il 25% dei 760mila cittadini aventi diritto al voto.

Entrambi i candidati destinati a sfidarsi al secondo turno hanno ricoperto il ruolo di primo ministro durante il mandato del presidente uscente José Mario Vaz, che è arrivato solo quarto con il 12,41% dei voti, non riuscendo ad avanzare al secondo turno dopo un quinquennio segnato da aspre lotte politiche e corruzione.

L’esclusione di Vaz dal ballottaggio del mese prossimo è stata comunque una sorpresa perché i sondaggi profilavano un testa a testa fra lui e il suo rivale di lunga data Pereira. Il dato politico certo che emerge dal primo turno delle elezioni generali è che la riconferma di Vaz è stata bocciata a causa della grave crisi politica in cui ha trascinato la Guinea-Bissau.

Una crisi che ha avuto inizio nell’agosto 2015, quando gli attriti tra Vaz e l’allora primo ministro Pereira hanno portato allo scioglimento del suo governo e ad aspre divisioni all’interno del PAIGC. Da allora, la Guinea Bissau è stata caratterizzata da una forte instabilità sfociata in ricorrenti proteste e gravi episodi di violenza politica, comprese le recenti tensioni che lo scorso 29 ottobre hanno indotto Vaz ad esautorare il primo ministro Aristides Gomes e nominare al suo posto Faustino Fudut Imbali.

Vaz, che da quando è salito al potere nel 2014 ha cambiato sette primi ministri, aveva affermato che la sua decisione di rimuovere il premier legittimo Gomes derivava da quella che aveva definito una “grave crisi politica che ha impedito il normale funzionamento di alcune istituzioni”.

Gomes però ha rifiutato di dimettersi e per dodici giorni la nazione ha avuto due primi ministri. Fino a quando le pressioni dell’Unione Africana e dell’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale - che chiedevano le immediate dimissioni di Imbali, considerato “illegittimo” - hanno convinto Vaz a ritirare la nomina del nuovo premier. A far cambiare idea all’ex presidente è stata soprattutto la minaccia da parte dell’Ecowas dell’applicazione di sanzioni.

Nei giorni scorsi, anche l’Unione Europea aveva definito “illegale” la decisione del presidente Vaz di licenziare l’ex primo ministro Gomes e il suo governo, temendo il rischio che facesse deragliare il processo elettorale.

La Guinea-Bissau ha una lunga storia di colpi di stato militari e omicidi politici dalla conquista dell'indipendenza dal Portogallo nel 1974. Vaz è il primo presidente in 25 anni che è riuscito a terminare il suo mandato senza essere esautorato o ucciso.

La nazione lusofona è anche afflitta da gravi problemi di sicurezza che nell’ultimo decennio l’hanno resa un crocevia del traffico internazionale di droga, mentre nel 2017 è stata colpita da una grave siccità. Nonostante sia ricca di risorse naturali tra cui giacimenti non sfruttati di petrolio, bauxite, granito e calcare, la Guinea-Bissau rimane uno dei paesi più poveri dell'Africa, con circa il 67% della popolazione che vive al di sotto della soglia assoluta di povertà.

Più della metà della popolazione femminile di età superiore ai 15 anni non è in grado di leggere e scrivere. La difficoltà di accesso all’istruzione ha ripercussioni su quasi tutti i settori dell’economia del paese e alimenta la diffusione dell’Hiv/Aids e di altre emergenze sanitarie. Tutti problemi con cui il vincitore del ballottaggio del prossimo 29 dicembre dovrà fare presto i conti.