La lotta interna a Boko Haram
Il serpente cambia pelle

Il gruppo jihadista nigeriano Boko Haram è tornato a farsi sentire diffondendo un nuovo video della durata di cinque minuti, in cui nega che i suoi combattenti stiano morendo di fame nella roccaforte di Sambisa, nello stato nord-orientale di Borno, dove è in corso un’emergenza alimentare a causa della siccità.

Il filmato è stato postato sulla rete attraverso il canale YouTube, solitamente utilizzato dalla fazione scissionista dell’organizzazione, rimasta fedele a Abubakar Shekau, che non compare nelle immagini.

Lo storico leader di Boko Haram sarebbe comunque ancora in vita e con molta probabilità nascosto proprio nella grande foresta di Sambisa, una delle ultime enclave rimaste sotto il controllo degli islamisti nigeriani affiliati allo Stato islamico.

La conferma che Shekau sia ancora vivo arriva direttamente dal ministro della Difesa nigeriano Mansur Dan Ali, che nel corso di una conferenza stampa ha spiegato che le forze di sicurezza stanno pattugliando l’intera area a sud-est di Maiduguri, la capitale dello stato di Borno, per riuscire a catturare il terrorista islamico.

In passato, Shekau era stato dato in almeno cinque occasioni per morto. Nel luglio 2009, nell’agosto 2013, nel settembre 2014, nell’agosto 2015 e più di recente, nell’agosto 2016, quando l’esercito nigeriano aveva diffuso la notizia di averlo “ferito a morte” nel corso di un attacco aereo. Anche in questo caso, però, il leader jihadista è riapparso in video per smentire la sua presunta eliminazione.

Tutto dunque lascia supporre che Shekau sia ancora alla guida della fazione estremista, che continua a richiamarsi alla logica millenaristica ereditata dal fondatore Yusuf, contrapponendosi alla nuova leadership di Abu Musab al-Barnawi, imposta lo scorso agosto dallo Stato islamico.

Shekau sembra aver perso la lotta per il potere, trincerato nella foresta di Sambisa, dove molti dei suoi seguaci sono stati uccisi in una serie di attacchi condotti dai membri della fazione rivale, guidata da Abu Musab al-Barnawi e dal suo luogotenente Mamman Nur Alkali.

Al-Barnawi, figlio del fondatore del gruppo Ustaz Mohammed Yusuf, sta tentando di conquistare il sostegno della popolazione civile del nord-est della Nigeria, ponendo fine agli attacchi indiscriminati alle moschee e ai mercati frequentati dai musulmani, perpetrati per ordine di Shekau e diventati un marchio dei jihadisti nigeriani.

Le più recenti testimonianze provenienti dalla zona, confermano che le ultime serie incursioni attribuite ai combattenti islamici fedeli ad Abu Musab al-Barnawi hanno spostato il target sulle forze di sicurezza, senza causare conseguenze agli abitanti dei villaggi.

L’adozione della nuova strategia adottata dalla fazione predominante del gruppo nigeriano trova conferma anche tra gli analisti. Yan St-Pierre, della Modern Consulting Group Security di Berlino, ritiene che l’ala di Boko Haram fedele ad al-Barnawi stia mantenendo un basso profilo alla ricerca di sostegno tra le comunità locali e impegnandosi nella creazione di nuove reti in tutta l’area del bacino del lago Ciad.

Anche Omar Mahmood, ricercatore presso l’Istituto per gli studi sulla sicurezza di Pretoria, un organismo indipendente sostenuto dalla Svizzera, è dello stesso parere e ritiene che i seguaci di al-Barnawi stiano cercando di guadagnare terreno e ricostruire la loro capacità offensiva.

Secondo Mahmood, la priorità della fazione è quella di assicurarsi un “rifugio sicuro”, dopo essere stati costretti ad abbandonare città e villaggi sotto l’impatto della controffensiva della Forza multinazionale congiunta (Mnjtf), iniziata nel marzo 2015.

Tuttavia, gli ultimi eventi dimostrano che Boko Haram è ancora pronto a uccidere civili, come prova quanto accaduto lo scorso 27 marzo nel villaggio di Kalari Abdiye, nella zona di Konduga (stato di Borno), dove tre uomini sono stati assassinati dagli uomini di al-Barnawi con l’accusa di aver fornito informazioni ai militari, mentre un quarto è stato mutilato.