Burkina Faso / Terrorismo
Jihad, dominio in estensione

Nella foto un'immagine non datata dei combattenti dello Stato islamico in Burkina Faso, pubblicata il 22 marzo 2019 e scattata probabilmente nel dicembre 2018. (Credit: The Defense Post)

La nuova ondata di attacchi di matrice jihadista che ha colpito il nord del Burkina Faso, venerdì scorso, ha mietuto altre 23 vittime in una miniera d’oro a Dolmane, nella provincia di Soum, al confine con il Mali. Nelle ultime settimane la conta dei caduti sembra interminabile evidenziando la scarsa capacità di risposta dell’esercito burkinabé, che finora non è stato in grado di fermare le azioni terroristiche.

Molto preoccupante anche il fatto che l’offensiva degli estremisti islamici si è diffusa anche nella regione orientale del paese e dalla fine dello scorso anno sta interessando anche la parte sud-occidentale.

Tutto questo indica chiaramente che i gruppi attivi in Burkina Faso hanno raggiunto una consolidata esperienza strategica e tattica, oltre a poter contare sul supporto di una solida rete locale, frutto della collaborazione con le organizzazioni criminali già presenti sul territorio.

Un connubio delinquenziale che consente loro di beneficiare di un’ampia libertà di movimento, cui si unisce il diretto controllo dei siti di estrazione dell’oro (per questo venerdì hanno attaccato la miniera a Dolmane) e l’occupazione di vaste porzioni di territorio, dove hanno imposto la rigida interpretazione salafita della sharia.

L’attuale scenario del terrorismo in Burkina Faso sembra essere caratterizzato anche da un’inedita cooperazione tra i principali gruppi jihadisti saheliani legati ad al-Qaeda e i gruppi locali fedeli alla Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico (Iswap). Un’ipotesi formulata per la prima volta nel giugno dello scorso anno in una relazione del Segretario generale sulle attività dell’Unowas, l’Ufficio delle Nazioni Unite per l’Africa occidentale e il Sahel.

Nei termini della questione, va anche valutato che il clima di tensione generato dal susseguirsi di attentati nelle aree settentrionale e l’estensione dell’insorgenza nelle regioni orientali e sud-occidentali, sta minando la promettente crescita economica del Burkina Faso. Come dimostrano le ultime stime della Banca Mondiale, che prevedono che Pil nazionale, dopo aver raggiunto una crescita del 6,3% nel 2017 e del 6,8% nel 2018, quest’anno sarà del 6%.

Quest’ultimo elemento potrebbe aggravare le principali motivazioni che hanno portato l’ex colonia francese a dover contrastare una minaccia di tale entità. Motivazioni che risiedono principalmente in povertà, emarginazione, disoccupazione e crescenti livelli di diseguaglianza, che forniscono agli estremisti islamici terreno fertile per il reclutamento. Gli stessi fattori che, secondo alcuni studi, favorirebbero l’adesione al radicalismo islamico anche negli altri paesi africani interessati dal fenomeno.

Non a caso, l’indice di sviluppo umano nelle tre regioni del Burkina Faso dove è maggiormente presente l’insorgenza jihadista è il più basso a livello nazionale. Un’ulteriore dimostrazione che i fattori socio-economici sono il principale volano per il diffondersi del radicalismo islamista in Africa.

L’attuale grado della minaccia che incombe sul Burkina Faso richiede una cooperazione transfrontaliera rapida e rafforzata tra i governi e le forze di sicurezza del Burkina Faso, del Mali e del Niger, che dovrebbero incentivare l’attività di controllo a ridosso della cosiddetta zona dei tre confini, dove i gruppi armati continuano a infiltrarsi ed espandere la loro influenza.

Un compito che dovrebbe essere assolto dalla forza G5 Sahel, lanciata nel 2017 da Burkina, Ciad, Mali, Mauritania e Niger, con il sostegno di due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e della Francia. Ma finora la forza multilaterale ha dimostrato scarsa efficacia per mancanza di finanziamenti, capacità di coordinamento, formazione ed equipaggiamento.

L’escalation di attacchi delle ultime settimane indica che i gruppi armati stanno cercando di consolidare la loro posizione nella zona orientale del paese. Una minaccia che non è più possibile sottovalutare, visto che il Burkina Faso confina con altri sei paesi dell’Africa occidentale. Di conseguenza, l’acuirsi dell’instabilità potrebbe creare un corridoio attraverso il quale i terroristi avrebbero la possibilità di espandere il loro raggio d’azione verso gli stati che compongono il mosaico del Golfo di Guinea. 

Di fronte a una simile emergenza, appare evidente che il contributo della comunità internazionale nell’aiutare il piccolo paese africano ad affrontare una logorante guerra al terrore dagli esiti incerti è sempre più determinante.