Terrorismo nel Sahel
Jihad in guerra, guerra al jihad

L’emergenza del terrorismo jihadista nel Sahel sahariano diventa sempre più pressante, come dimostra il triplice attacco avvenuto la notte tra sabato e domenica scorsi in Mali, a circa venti chilometri dalla frontiera con il Burkina Faso. Obiettivo dei jihadisti: i posti di blocco dell’esercito maliano a difesa della gendarmeria, della caserma di polizia e della dogana di Benena, piccola località rurale nei dintorni della città di Tominian, nella regione di Ségou.

L’attentato respinto dalle forze di sicurezza locali è stato concepito sul medesimo modello di quello che mercoledì scorso a Midal, nella regione nigerina di Tahoua, al confine con il Mali, era costato la vita a cinque militari. Quest’ultimo è stato rivendicato domenica scorsa dal “Gruppo dei difensori dell’Islam e dei musulmani”, guidato dal ribelle tuareg maliano Iyad Ag Ghali, che nel comunicato in cui si è attribuito la responsabilità dell’azione, specifica che ai militari sono stati sottratti quattro veicoli, dotatati di missili antiaerei, missili terra-terra e armi leggere. 

Il gruppo, nato il 2 marzo scorso come risultato della fusione tra le maggiori
formazioni armate d’ispirazione jihadista attive nell’area sotto la guida di al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi), è lo stesso che ha rivendicato l’attacco in Mali dello scorso 18 giugno contro il resort turistico Le Campement Kangaba, a est della capitale Bamako.

Il susseguirsi di attentati contro le postazioni dell’esercito maliano e contro la missione delle Nazioni Unite in Mali (Minusma) dimostrano che la nuova organizzazione jihadista sta cercando d’imporre la sua presenza sul territorio.

L’aumento degli attentati nel Sahel, alla fine di giugno, ha indotto il presidente Idriss Deby Itno a minacciare il ritiro delle truppe del Ciad dalla Minusma e a non partecipare alla forza congiunta antiterrorismo G5-Sahel (Mauritania, Niger, Ciad, Mali e Burkina Faso).

L’uomo forte di N’Djamena in un’intervista congiunta a Rfi-Tv5-Le Monde ha spiegato che «il suo paese è un piccolo paese privo di mezzi, che ha conosciuto enormi problemi economici nella sua storia recente e che se non riceverà un adeguato supportato finanziario sarà obbligato a ritirare le truppe impegnate nella fascia saheliana».

Il possibile ritiro del Ciad dalla Minusma potrebbe incidere significativamente sull’operato della forza di peacekeeping, considerato che i 1.390 soldati ciadiani presenti nella Minusma costituiscono il terzo più grande contingente della missione. 

L’assenza dei militari ciadiani inciderebbe in negativo anche nella forza congiunta antiterrorismo, che dopo la riunione speciale del G5-Sahel dello scorso 2 luglio a Bamako, alla quale ha partecipato anche il presidente francese Emmanuel Macron, entro la fine dell’estate dovrebbe iniziare la propria attività contro i gruppi estremisti attivi nella regione.

Il vertice di Bamako sembra aver dato un’accelerazione decisiva alla Force Sahel, che forte dei 50 milioni di euro di aiuti promessi dall’Unione europea e dei dieci stanziati dalla Francia, oltre che dell’unanimità con cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 2359 che ne legittima il dispiegamento, arriverà a diecimila effettivi.

Tuttavia, non è affatto scontato che questo ingente impegno di uomini e risorse economiche sia sufficiente per sconfiggere Aqmi e le cellule jihadiste affiliate riunitesi nel “Gruppo dei difensori dell’Islam e dei musulmani”.

Aqmi è da tempo è radicata nel tessuto sociale ed economico di molte comunità e tribù saheliane e utilizza i matrimoni e la parentela per rafforzare questi legami. Per esempio, una delle figure più importanti dell’organizzazione, il veterano del jihad antisovietico Mokhtar Belmokhtar, ha trascorso un decennio a forgiare i rapporti, acquisendo influenza con le comunità del deserto di Azawad e creando proseliti, soprattutto tra gli arabi.

Oltre a fare perno sui legami familiari, Aqmi sfrutta le vaste pianure e le frontiere porose del Sahel che complicano le operazioni contro il terrorismo. Ma soprattutto sfrutta la povertà, la mancanza di istruzione e l’incapacità degli Stati della regione di assicurare le necessità primarie alle popolazioni locali.

Di conseguenza, qualsiasi soluzione proposta per fronteggiare la minaccia di Aqmi e degli altri gruppi jihadisti armati, oltre che a livello militare dovrà agire anche sull’incremento dello sviluppo per migliorare le fragili condizioni socioeconomiche, che finora hanno consentito ai qaedisti di rafforzare il loro controllo nel Sahel.

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