Frontiera marittima contesa
Kenya e Somalia ai ferri corti

L’annosa disputa tra Kenya e Somalia per i confini marittimi ha avuto una rapida escalation negli ultimi mesi. Secondo diversi analisti politici la ragione va cercata nella pressione di diverse multinazionali petrolifere interessate a sfruttare i giacimenti offshore di greggio e gas naturale che, con ogni probabilità, vi si trovano. Ma altrettanto importanti sarebbero i problemi politici interni alla Somalia. Il paese infatti si prepara ad elezioni presidenziali - programmate per il 2020 - che si prevedono molto combattute.

In gioco ci sono i diritti di sfruttamento delle risorse che si trovano in 100mila kmq di Oceano Indiano, delimitati da un triangolo che ha uno dei vertici a Lamu, sul confine tra i due paesi, e due lati che seguono i confini rispettivamente rivendicati. Il Kenya si appella a pratiche dell’era coloniale e del processo di decolonizzazione, e afferma che il suo confine da oltre un secolo segue il parallelo che passa da Lamu e si estende nell’Oceano Indiano in linea retta. La Somalia invece, si appella ad altre convenzioni e rivendica un confine che segue la direzione di quello terrestre, estendendosi in linea obliqua.

I due paesi avevano trovato un’intesa che è stata in seguito rinnegata dai somali, perché era stata raggiunta negli anni in cui nel paese regnava il caos politico. Non riuscendo a trovare un nuovo accordo, nel 2014 la Somalia ha portato il caso davanti alla Corte Internazionale di giustizia dell’Aia (Cij) che dovrebbe emettere la sua sentenza nei prossimi mesi.

L’escalation della tensione tra i due paesi è dovuta al fatto che la Somalia sarebbe sul punto di assegnare i diritti di sfruttamento in diversi blocchi che il Kenya dice trovarsi nel triangolo di mare conteso. L’accusa si basa su un’iniziativa svoltasi a Londra nello scorso febbraio, la Somalia Oil Conference, in cui il governo somalo ha presentato le previsioni sulla presenza di petrolio e gas, basate su una ricerca commissionata alla Spectrum Geo, azienda che ha ospitato la conferenza stessa.

L’intenzione di sfruttare le sue risorse naturali nel mare a partire da quest’anno è esplicitata anche in un documento, Offshore Somalia 2019, che è stato fatto trapelare senza autorizzazione nei mesi scorsi. Vi si legge che, dopo le fasi preliminari che saranno espletate entro il prossimo settembre, dal 2020 le compagnie che avranno vinto le gare per l’assegnazione dei diritti di sfruttamento dei giacimenti, potranno cominciare a mobilizzare le risorse tecniche e finanziarie necessarie per estrarre greggio e gas al largo delle coste somale.

Le relazioni tra i due paesi sono peggiorate fino al punto che in maggio il Kenya ha negato il visto a diplomatici somali che avrebbero dovuto partecipare ad una conferenza internazionale a Nairobi. Mogadiscio, come ritorsione, ha deciso che non sarà più concesso lavorare in Somalia alle ong con uffici a Nairobi. Questo avrà un impatto importante sull’indotto, che vale milioni di dollari, dell’organizzazione dell’aiuto umanitario per la Somalia, che era finora basato in Kenya.

Secondo analisti politici dell’area, la situazione è arrivata ad un punto tale che potrebbe avere ripercussioni sulla sicurezza dell’intera regione. In un’intervista pubblicata sul quotidiano The East African del 1° giugno, l’accademico e ricercatore Mustafa Yusuf Ali, esperto in relazioni internazionali, risoluzione dei conflitti e prevenzione del terrorismo, dice che le tensioni tra Kenya e Somalia avranno ripercussioni in diversi settori. L’economia dei due paesi è strettamente interconnessa e sarebbero a rischio scambi del valore di diversi milioni di dollari. Ma il campo che potrebbe avere l’impatto più preoccupante è quello della lotta al terrorismo, perché potrebbero venir meno gli sforzi congiunti per debellarlo. Inoltre, se ci fosse un’ulteriore escalation che portasse ad un conflitto, l’intera regione potrebbe esserne risucchiata.

Secondo Yusuf Ali la responsabilità dei problemi attuali va ricercata negli interessi di sfruttamento delle risorse petrolifere di diverse multinazionali, che hanno fatto enormi pressioni perché i lotti offshore venissero messi a gara. Anche diversi stati, quelli dove la compagnia petrolifera somala Soma Oil è registrata, trarrebbero grandi benefici economici dal business che si avvierebbe con lo sfruttamento delle risorse in questione.

Ma, dicono altri, le radici del problema stanno nella politica somala. L’attuale presidente, Mohamed Abdullahi Farmaajo, si prepara alla prossima competizione elettorale in una situazione di debolezza e non può perdere la faccia facendo concessioni al Kenya. Che da parte sua ha in Somalia un alleato di ferro, il governatore del Jubaland, Sheikh Ahmed Madobe. Nel 2012 sono state infatti le truppe kenyane a riportare sotto il controllo governativo il porto strategico di Kisimayo, strappandolo al gruppo terroristico al-Shabaab. Inoltre il Jubaland controlla tutto il confine tra la Somalia e il Kenya, e dunque quest’alleanza è di importanza strategica per la sicurezza di Nairobi. Ma Madobe è anche uno dei principali oppositori del governo centrale e del presidente Farmaajo. È partita da Madobe la ribellione dei governatori di cinque stati federali somali che hanno praticamente sfiduciato il governo di Mogadiscio lo scorso anno.

Insomma, le tensioni sui confini marittimi si sommano a diversi altri problemi interni e regionali, e non avranno una facile soluzione. Anzi, potrebbero portare a crisi ancor più profonde e preoccupanti, come fanno pensare informazioni ricorrenti su siti di intelligence che prevedono elezioni somale cosi conflittuali che potrebbero riaprire un nuovo scontro tra signori della guerra che potrebbero usare i proventi dell’assegnazione dei lotti, e poi dell’estrazione del greggio, per armarsi e competere anche con l’uso di milizie.