Regione sempre più strategica
La corsa al Corno d’Africa

Negli ultimi anni il Corno d’Africa è diventato sempre più strategicamente importante ed ambìto. Una mappa della regione che costeggia il Golfo di Aden e il Mar Rosso, recentemente pubblicata da un centro di ricerca americano (foto piccola), rende ben visibile la corsa al controllo della zona attraverso la presenza di basi militari di potenze che si confrontano in Medio Oriente, ma non solo. La mappa mostra chiaramente anche la preoccupante accelerazione avvenuta a partire dal 2015 e soprattutto nel corso del 2017. I più attivi si sono dimostrati gli Emirati Arabi Uniti (UAE), il cui primo intervento nella zona risale al 2010, quando iniziarono a dare assistenza per la sicurezza al Puntland, una delle regioni federali della Somalia, posta di fronte alle coste yemenite.

Oggi gli Emirati Arabi Uniti hanno ben 5 basi militari sulla costa africana e nelle isole adiacenti. Due sono state aperte nel 2015, rispettivamente nel porto di Assab, in Eritrea, e a Mogadiscio, in Somalia. Le basi sono entrate in funzione in concomitanza con lo scoppio della guerra yemenita, che gli UAE combattono nella coalizione guidata dall’Arabia Saudita. L’anno scorso ne sono state aperte altre 3, a Berbera, nel Somaliland, nell’isola di Perim, a guardia dello stretto del Bab el Mandeb, e nell’isola di Socotra. Una sorta di cordone che garantisce il controllo praticamente totale delle coste dello Yemen, e dunque anche l’intercettazione di eventuali rifornimenti per i ribelli Houti, sostenuti dall’Iran e, secondo i sauditi, dal Qatar, che per questo l’estate scorsa è stato sottoposto a un blocco economico e all’isolamento politico, misure solo parzialmente riuscite.

La Turchia

L’altro paese particolarmente attivo negli ultimi anni nella regione è la Turchia, antagonista dell’Arabia Saudita nei conflitti mediorientali e alleata del Qatar, il cui emiro condivide l’ideologia politica della Fratellanza musulmana. Nel settembre dell’anno scorso Ankara ha aperto la più grande base militare all’estero a Mogadiscio, con l’obiettivo ufficiale di addestrare i militari dell’esercito somalo. In dicembre importanti accordi militari sono stati stipulati anche con il Sudan, altro paese il cui governo si ispira all’islam politico dei Fratelli musulmani. Si è molto parlato di una base militare a Suakin, antico porto sulla costa sudanese del Mar Rosso da cui partono i traghetti per Gedda, importante porto saudita. La rotta è usata soprattutto durante il periodo del pellegrinaggio alla Mecca, che nel mondo musulmano riveste una straordinaria importanza sociale e politica, oltre che religiosa. Le voci, mai confermate né da Ankara né da Khartoum, sono bastate ad esacerbare le tensioni già alte nella regione. Sta di fatto che all’inizio di quest’anno le autorità turche hanno approvato un rafforzamento della presenza militare all’estero, in particolare nelle basi africane, mentre delegazioni turche si recano periodicamente a Suakin, ufficialmente per discutere del restauro degli antichi edifici dell’isola di Suakin, uno dei posti più affascinanti e ricchi di storia del Sudan.

Si dice anche che Ankara avrebbe in corso trattative per l’apertura di una base a Gibuti. E proprio a Gibuti risulta evidente come, nella zona, agli interessi delle potenze regionali si sommano quelli delle potenze che si confrontano sul piano globale. Nel paese, piccolissimo ma dalla straordinaria importanza strategica, si trova la più alta concentrazione di basi militari al mondo. Gli Stati Uniti hanno la loro unica base permanente in Africa a Camp Lemonnier, nell’immediata periferia della capitale, rilevata dai francesi all’indomani dell’attacco terroristico alle torri gemelle, l’11 settembre del 2001. Obiettivo: la lotta al terrorismo sulle due sponde del Mar Rosso e del Golfo di Aden.

La Cina

Le operazioni antipirateria al largo della Somalia hanno invece facilitato lo stabilirsi delle basi di alcuni paesi europei, tra cui l’Italia. Ma il dato più significativo è l’apertura, nell’agosto del 2017, dell’unica base cinese all’estero, nel golfo di Tadjoura, nel nord del paese. Ufficialmente dovrebbe essere una base logistica per la marina cinese, ma indiscrezioni e foto satellitari dicono che si tratta invece di una grande base militare in piena regola.

La corsa al Corno d’Africa non si gioca solo sul piano militare, ma anche sul piano economico. Il caso della Cina è chiaro. Prima di stabilire la presenza dell’esercito, Pechino ha investito massicciamente nella zona in infrastrutture chiave per lo sviluppo dei paesi beneficiari. L’Etiopia e la stessa Gibuti sono state supportate in modo speciale, ma anche il Sudan e il Sud Sudan hanno un rapporto privilegiato con Pechino. In Kenya, scherzando, si dice che quella cinese è ormai una delle principali tribù del paese. Gibuti è per la Cina anche un importantissimo nodo commerciale e per le comunicazioni, destinato a consolidare la penetrazione nel continente non solo dei prodotti, ma anche del knowhow tecnologico e scientifico, rafforzando una posizione economica che già non ha uguali nella zona e un’influenza diplomatica sempre crescente. Non è un caso che abbia partecipato per la prima volta ad una missione di pace dell’Onu proprio in Sud Sudan e che si sia proposta per mediare nel conflitto di confine tra Gibuti e l’Eritrea, dopo il ritiro delle truppe di interposizione del Qatar, la scorsa estate.

Anche la Turchia sta consolidando il suo peso economico, in particolare nei paesi ideologicamente vicini, cioè il Sudan e la Somalia. Lo sta facendo in settori chiave per una evoluzione socio-culturale dei paesi di intervento, come l’educazione e il soccorso alle popolazioni nei momenti di crisi. Ma investe anche nel sostegno alla bilancia dei pagamenti, per esempio in Somalia, dove è anche impegnata nella ricostruzione del paese e nella costruzione di nuovi quartieri a Mogadiscio.

Il Qatar

Ingenti anche gli investimenti del Qatar nell’area e particolarmente in Sudan - dove sta finanziando, tra l’altro, una serie di villaggi modello in Darfur -, ma anche in Sud Sudan, Somalia ed Etiopia e in altri paesi dell’aerea. Gli investimenti qatariani si sommano a quelli dell’Arabia Saudita e degli altri paesi petroliferi del Golfo, quasi in una partita a scacchi tra chi investe di più, in cambio di una maggiore influenza. Indicativa la situazione del Sudan che sta tentando di rimanere in equilibrio tra le due coalizioni che si scontrano in medio oriente, partecipando alla guerra in Yemen nella coalizione saudita, ma rafforzando anche i legami con la Turchia e la Russia, e tenendo ben vivi quelli con il Qatar.

La presenza di tanti attori diversi ha certamente portato qualche beneficio sul piano economico ma ha contemporaneamente contribuito ad aumentare le tensioni in una zona già altamente instabile. Tanto che diversi analisti si chiedono se non sarà proprio il Corno d’Africa il prossimo teatro degli scontri che già hanno devastato, e continuano a devastare, il Medio Oriente.