ALTRE AFRICHE
La solitudine degli allenatori africani

Il peggior mondiale dal 1982 - nessuna squadra agli ottavi – e uno dei più beffardi di sempre, con il Senegal eliminato dall’inedita regola del fair play. Se per le formazioni africane Russia 2018 è stato un torneo da dimenticare, agli allenatori è andata persino peggio. Tra le cinque nazionali partecipanti solo due – la Tunisia di Nabil Maâloul e proprio il Senegal, allenato da Aliou Cissé (nella foto) – avevano un selezionatore originario del continente.

A catturare l’attenzione dei media è stato soprattutto Cissé: unico ct nero del mondiale, nonché il meno pagato, ha anche avuto l’occasione di sollevare il problema in prima persona. «Oltre ad essere dei buoni giocatori, noi africani siamo bravi nella tattica, abbiamo il diritto di partecipare ai migliori match internazionali», aveva spiegato commentando la gara d’esordio con la Polonia. La questione non è nuova: compreso il ‘pioniere’ Abdelmajid Chetali, sulla panchina tunisina durante la Coppa del Mondo 1978, sono stati solo 11 i commissari tecnici di origine africana che hanno guidato una nazionale nella massima competizione calcistica. E allargando lo sguardo ci si rende conto di come le difficoltà siano anche maggiori per chi proviene dall’Africa subsahariana: durante al Coppa d’Africa 2017 solo 3 squadre su 16 avevano un manager nero.

Per spiegare questo stato di cose, è stato spesso chiamato in causa il pregiudizio razzista, ricordato anche da Cissé, che vede negli atleti africani solo degli esecutori, non dei tattici. Ma esistono anche altre ragioni: una l’ha suggerita il sito egiziano King Fut: la più importante competizione continentale, la Coppa d’Africa, si svolge ogni due anni – non ogni quattro come in Sudamerica o in Europa – cosa che porterebbe le federazioni locali a puntare «a un successo rapido, nel breve periodo» più che sulla programmazione. E ad affidarsi, dunque, a tecnici affermati, invece di formarli ‘in casa’.

A sostegno di questa tesi è indirettamente intervenuto anche uno dei suoi ‘beneficiari’, Gernot Rohr, dopo l’eliminazione dal mondiale della Nigeria, da lui allenata. «Manca continuità, soprattutto per quanto riguarda lo staff tecnico», ha spiegato riferendosi alle difficoltà delle nazionali africane. Staff che, del resto, non sembra ricevere particolari incentivi, visto che è in genere peggio pagato rispetto agli omologhi stranieri ‘in trasferta’.

La soluzione potrebbe stare dunque in maggiori investimenti, non solo finanziari. Ne è convinto anche Aliou Cissé: «Ci sono giocatori africani in tutti i grandi club. – ha sostenuto – Il giorno in cui i coach africani beneficieranno della stessa fiducia, vedremo che c’è del buono sul continente». E il selezionatore senegalese ha citato anche il possibile portabandiera della nuova generazione di tecnici, Florent Ibenge: originario della Repubblica democratica del Congo, due anni fa ha condotto la nazionale di Kinshasa al trionfo nel Campionato africano per nazioni, riservato agli atleti che giocano nel continente.