Ocean grabbing / Cina
La strage silenziosa

Status delle piccole specie pelagiche in Ghana e raccomandazioni per raggiungere una pesca sostenibile. Gruppo di lavoro scientifico e tecnico.
Fonte: Lazar, N., et al. (2018).
Credito: USAID / Ghana Progetto di gestione della pesca sostenibile (SFMP).

«I pescherecci industriali cinesi che setacciano le acque dell’Africa occidentale stanno producendo danni ambientali, economici, sociali e stanno minacciando seriamente il sostentamento e la sicurezza alimentare della regione».

L’allarme giunge da una recente analisi della ong londinese Environmental justice foundation (Ejf), da cui emerge che le risorse ittiche dell’Africa occidentale, un tempo le più ricche al mondo, si stanno esaurendo a causa della pesca incontrollata.

Gli esperti di Ejf hanno esaminato in particolare la portata e l’impatto della pesca illegale, non regolamentata e non segnalata (Illegal, unreported and unregulatedfishing - IUU) nelle acque ghanesi, raccomandando l’adozione di “urgenti riforme” per migliorare la trasparenza e la responsabilità nel settore.

Giochi di ‘scatole cinesi’

Secondo l’analisi, le aziende ittiche cinesi operano attraverso società di facciata ghanesi per trasferire le loro navi, registrarle e ottenere una licenza di pesca. Le joint venture create ad hoc per aggirare la legge sembrano funzionare perfettamente, visto che circa il 90% delle navi che durante il 2015 hanno ricevuto licenze di pesca in Ghana sono state costruite in Cina. Tra queste imbarcazioni ‘predatrici’ ci sono grandi pescherecci che si concentrano sulla cattura di piccoli pesci pelagici, per sfamare animali destinati all’acquacoltura e ad allevamenti di tutto il mondo.

Una pratica che fa parte del fenomeno dell’ocean grabbing, cioè il sovra-sfruttamento dei mari, che mina l’identità culturale e penalizza l’accesso alle risorse ittiche delle comunità che vivono di pesca artigianale. E se si considera che circa l'8% della popolazione in Ghana è impiegato nel settore della pesca, è facile calcolare come quasi tre milioni di persone siano potenzialmente minacciate.

È estremamente allarmante che questi dati riguardino un singolo paese, ma è ancora più preoccupante il fatto che, secondo Greenpeace Africa, la pesca pelagica nella regione occidentale potrebbe esaurirsi entro sette anni.  

Massacri indiscriminati

Nello scorso gennaio, la questione è stata oggetto di un documentario dal titolo “Black Fish - Come l’Africa occidentale è saccheggiata dalla Cina”. La pellicola è stata realizzata dalla giornalista franco-afgana Nelufar Hedayat, che per girare il documentario ha solcato le acque del Ghana a bordo della nave della ong Sea Sheperd. Nel corso delle riprese, Nelufar è rimasta scioccata di come i cinesi stiano rapidamente conquistando l’intero settore della pesca in Africa e di come molte persone rischiano di patire la fame a causa di questo massiccio sovra-sfruttamento incontrollato dei mari. 

Il documentario concentra l’attenzione sulla pesca “saiko”, termine che deriva da una parola giapponese che significa “oggetto inutile”. È un’attività di pesca illegale che coinvolge le navi straniere e i sempre più disperati pescatori locali. Ogni peschereccio, riceve una licenza limitata solo ad alcune specie di pesci, ma è scontato che quelli che utilizzano reti a strascico o a circuizione tirano su qualsiasi specie, come piccoli squali, tartarughe marine, tonni rossi e altri pesci dallo scarso valore commerciale. Ma di enorme valore per l’ecosistema.

I pescatori dovrebbero ributtare vive in mare le catture accidentali, che vengono chiamate rigetti (bycatch), ma la selezione richiede tempo, soprattutto se le reti hanno intrappolato ingenti quantità di pescato. Così, parecchie navi decidono di vendere il bycatch, che nel 2017 i funzionari della Ghanaian enforcement unit hanno quantificato in 100mila tonnellate, con un valore stimato di profitti illeciti che oscilla tra i 34 e i 65 milioni di dollari.

Accordi bilaterali opachi

Va inoltre ricordato che la pesca IUU in Africa è alimentata da accordi tra le grandi compagnie ittiche internazionali e gli Stati costieri del continente, che nella stragrande maggioranza dei casi rimangono confidenziali e permettono alle navi straniere di competere slealmente con i pescatori locali.

Come si evince da un report del Centro di studi strategici sull’Africa (Acss) con sede a Washington, tra i molti casi c’è la Mauritania, che nel 2012 ha stipulato un accordo con una compagnia cinese alla quale ha concesso una licenza di pesca venticinquennale. Mentre nel 1989, la Guinea-Bissau ha rilasciato licenze di pesca a ben 250 navi straniere di grande stazza, che nel 2010 erano scese a meno di cento a causa del massiccio declino delle risorse ittiche nelle acque territoriali del paese. Allo stesso modo, nel 2011, attraverso accordi bilaterali mai resi noti, l’allora ministro senegalese del Mare, delle Acque interne e della Pesca ha concesso licenze arbitrarie per la pesca dei piccoli pelagici a pescherecci da traino industriali, principalmente russi.

La ricerca dell’Acss rileva che per gestire la pesca in maniera sostenibile al fine di preservare le risorse ittiche, i governi degli Stati costieri dell’Africa occidentale e i leader dell’industria della pesca dovrebbero collaborare per rendere pubblici i contenuti degli accordi. Nel frattempo, tutti quei paesi africani per cui la pesca costituisce un settore rilevante, anche per l’impiego di manodopera, dovrebbero coalizzarsi e armonizzare i regolamenti di gestione della pesca.

Appare ormai evidente che se non si agisce presto per impedire alle imbarcazioni straniere di proseguire la loro attività di pesca in maniera incontrollata, l’effetto sull’economia, sulla società e sull’ecosistema marino dell’Africa occidentale e dell’intero pianeta nei prossimi decenni, sarà devastante.