Liberia, crisi e proteste
L'autogol di Weah

È trascorso quasi un mese da quando la Liberia è stata scossa da una delle più imponenti manifestazioni anti-governative dalla fine della guerra civile, nel 2003. E' accaduto il 7 giugno, quando migliaia di persone sono scese in strada a Monrovia per protestare contro l’aumento della povertà, dell'inflazione e della corruzione sotto l’amministrazione del presidente George Manneh Weah. 

Per reprimere il dissenso, il governo ha schierato le forze dell’ordine in assetto antisommossa e ha esercitato pressioni sulle due più importanti società di telecomunicazioni - Orange e Lonestar Cell MTN - per limitare l’accesso ai social media. 

Ma i manifestanti - guidati dal Consiglio dei patrioti (Cop), il collettivo civico che ha indetto la protesta - hanno invaso lo stesso la capitale, determinati a far sentire le proprie rivendicazioni, e il giorno seguente il Cop ha consegnato a Weah un ultimatum di un mese per dare una risposta a una lunga lista di richieste. 

Tra queste, nuove riforme per arginare la crisi economica e l’inflazione dilagante, la cancellazione di prestiti contenziosi per la costruzione di strade e ponti, nonché una dichiarazione pubblica del patrimonio del presidente e dei membri della sua amministrazione. Il Collettivo denuncia che pochi mesi dopo il suo insediamento, Weah ha realizzato un lussuoso complesso privato di 41 unità immobiliari da un milione di dollari grazie a oscuri finanziamenti e ristrutturato alcune delle sue vecchie case. 

Ma le richieste più pressanti sono quelle volte a incentivare la lotta alla corruzione e istituire un tribunale speciale per processare i responsabili della guerra civile, che dal 1989 al 2003 ha insanguinato il paese. In ultimo, gli oppositori hanno anche chiesto il licenziamento del ministro delle Finanze, Samuel Tweh, e del governatore uscente della Banca centrale della Liberia, Nathaniel Patray, accusati di aver condotto una controversa operazione monetaria lanciata nel 2018 con l’obiettivo di frenare l’inflazione, salita invece fino al 23,3%.

Sul presidente pesa anche lo scandalo dei 104 milioni di dollari in valuta liberiana, in parte scomparsi durante il transito dal porto della capitale alla sede della Banca centrale nel periodo tra novembre 2017, quando l'allora presidente Ellen Johnson Sirleaf era ancora in carica, e lo scorso agosto.

All’origine di tanto malcontento c’è sicuramente la scelta di Weah di rimanere ancorato all’establishment passato che ha impedito di creare sviluppo e una salda democrazia in Liberia. Invece di scegliere tecnici preparati e compagni di lotta politica, l’ex giocatore del Milan degli anni Novanta ha assegnato i ministeri chiave a personaggi vicini all’ex presidente Sirleaf e al signore della guerra Charles Taylor, condannato dalla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra commessi in Sierra Leone e detenuto nel carcere di massima sicurezza di Frankland, nel nord dell’Inghilterra.
L’ex moglie di Taylor, Jewel, è addirittura diventata vicepresidente.

Le nomine nei posti chiave di gran parte della vecchia classe dirigente hanno impedito all’amministrazione Weah di mantenere fede alle promesse di rilanciare l’economia, creare posti di lavoro ed eradicare la corruzione. Diciotto mesi dopo il suo insediamento, gran parte dell’ottimismo che aveva caratterizzato le prime settimane della sua presidenza si è trasformato in una cocente delusione.

In un paese in cui la maggior parte della gente vive con meno di 2 dollari al giorno, il costo della vita è continuato a crescere e la disoccupazione è rimasta sempre molto elevata. Il 31 maggio, il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso il previsto tasso di crescita per il 2019: dal 4,7% allo 0,4%.

Di recente, secondo quanto riferito dalla stampa locale, alcuni ospedali hanno esaurito le scorte e il sistema sanitario è al collasso, mentre le famiglie non possono permettersi di comprare farmaci essenziali.

Molti degli enormi progetti infrastrutturali che Weah aveva promesso di realizzare per rilanciare l’economia sono ancora da iniziare. E del “rivoluzionario” accordo da 2,5 miliardi di dollari tra il governo e la China Roads and Bridges Corporation per rilanciare l’occupazione e finanziare lo sviluppo infrastrutturale in cambio della cessione di risorse naturali, non sono mai stati resi noti i termini.

Per molti liberiani la pazienza si è esaurita. Pensano che se George Weah non è in grado di gestire il paese, allora dovrebbe dimettersi.