ALTRE AFRICHE
Le due facce delle fake news africane

Per raccontare come ha fatto fortuna grazie alle fake news, ha scelto - coerentemente - un nome falso. Ma Ernest, come si fa chiamare, ha anche un'altra identità, in questo caso pubblica e reale: è un giornalista dello Zimbabwe autore di analisi politiche e inchieste apprezzate dagli specialisti. Ma decisamente meno redditizie visto che, per finanziare il suo lavoro, Ernest ha deciso di dedicarsi all'industria delle notizie false.

Il termine "industria" non è inappropriato, visto che di contenuti ingannevoli, sensazionalistici o anche completamente inventati, i tre siti gestiti sotto falso nome da "Ernest", ne producono a ciclo continuo. La più importante di queste "testate", SA Morning Post, registra 770 mila visitatori unici ogni mese e complessivamente le notizie false fruttano al suo autore - grazie alla pubblicità online - 5.000 dollari al mese in media (cioè quasi 4.300 euro).

Non c'è probabilmente storia migliore di quella di Ernest, per iniziare ad affrontare il discorso della diffusione delle fake news in Africa: un fenomeno che nel continente non è diverso da quello osservato negli Stati Uniti o in Europa. Anche per quanto riguarda i possibili effetti della diffusione delle "bufale" in campo politico. Lo dimostra il caso del Kenya, dove ad agosto si voterà per elezioni generali che si annunciano tese.

Nel paese dell'Africa orientale - secondo un recente studio delle società di ricerca specializzate Portland Africa e Geopoll - 9 persone su 10 hanno letto o ascoltato fake news sul prossimo appuntamento elettorale. E non necessariamente lo hanno fatto attraverso internet: nello scorso aprile, ad esempio, sono stati dei volantini stampati in modo da assomigliare alla prima pagina di un diffuso quotidiano, a costare a Paul Otuoma la sconfitta nelle primarie dell'opposizione per la contea di Busia.

Fake news come quella che riguardava il presunto passaggio di Otuoma a un partito rivale sono, ovviamente, costruite e diffuse con un fine preciso e potrebbero, dunque, sembrare molto differenti dalle falsificazioni "a fin di bene" di Ernest. Il giornalista dello Zimbabwe è stato descritto anche dal collega che ha raccontato il suo caso come una sorta di Robin Hood dell'informazione, che usa le storie false per permettere alle sue vere inchieste di essere realizzate.

Ma la realtà rischia di essere  diversa: perché - anche se Ernest non sembra credere a questa prospettiva - anche chi si nutre di fake news può cambiare, suo malgrado, il mondo. E non in bene, visto che proprio storie false diffuse in maniera virale hanno contribuito, tre anni fa, a suscitare diffidenza nei confronti delle organizzazioni impegnate a contrastare il virus Ebola in Africa Occidentale. Contribuendo così, probabilmente, ad aggravare l'epidemia che provocò oltre 11 mila morti.