AL KANTARA - SETTEMBRE 2017
Le ricette neocoloniali che si disputano la Libia

Nella foto, da sinistra: il premier del governo di accordo nazionale di Tripoli, Fayez Al Sarraj, il presidente francese Emmanuel Macron e il comandante dell'Esercito nazionale libico, Khalifa Haftar, nell'incontro del 25 luglio 2017 a La Celle Saint-Cloud (Parigi).

 

1911: l’Italia invade la Libia

La guerra italo-turca viene combattuta tra il 29 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912 tra il Regno d’Italia e l’impero ottomano. L’Italia si impadronisce delle regioni della Tripolitania e della Cirenaica. Gaetano Salvemini, storico e politico, si schiera contro la guerra e definisce la Libia «uno scatolone di sabbia».

Il parlamento italiano ha approvato a maggioranza, il 12 agosto scorso, in fretta e furia e in piena vacanza estiva, una legge che prevede il dispiegamento di forze militari navali italiane nelle acque territoriali libiche. La motivazione “ufficiale” di tale provvedimento è di impedire ai trafficanti di migranti di giungere sulle coste italiane con le loro “merci”, ovvero i disperati profughi africani, in maggioranza, che arrivano in Italia, e di cui altri paesi dell’Ue non vogliono sapere nulla.

In realtà tale mossa rientra nella rivalità con la Francia. Il 25 luglio, il presidente Macron era riuscito a convocare agli Champs Elysèes due dei principali protagonisti della ingarbugliata scena libica: Al Sarraj, primo ministro di un governo libico legittimato dall’Onu, ma che non dispone di nessuna autorità a livello nazionale, se di nazione libica si può ancora parlare, e il generale Haftar, uomo forte della Cirenaica – vissuto per moltissimi anni negli Usa sotto la protezione della Cia – ora sostenuto anche da Egitto, Algeria e da alcune “democrazie” arabe del Golfo, in particolare quella degli Emirati Arabi (la Russia e la Cina non lo disprezzano!).

Lo scontro tra la Francia e l’Italia è una questione geopolitica, che va al di là del problema del flusso migratorio verso l’Europa, di cui entrambi i paesi sono responsabili in quanto membri della Nato. Quest’ultima, sotto l’egida degli Usa, nel 2011 scatenò una guerra feroce e irresponsabile contro la Libia che fino a quel momento fungeva, per complicità dell’Ue, da diga mortale per i profughi in fuga della fame e delle guerre, due flagelli che peraltro chiamano in causa la palese responsabilità dell’Occidente.

Si tratta di una questione di matrice coloniale per controllare le ingenti risorse energetiche e non solo. Essa ha ovviamente radici storiche. Il 31 luglio del 1881 la Francia inviò un contingente militare in Tunisia trasformandola in una sua colonia. All’epoca la presenza italiana in Tunisia era capillare, tale da essere considerata dal governo italiano dell’epoca, guidato da Benedetto Cairoli, come parte integrante dell’Italia. La Tunisia fu considerata «una nazione italiana occupata dai francesi». La diatriba coloniale tra Francia e Italia portò più tardi il governo Giolitti a decidere di invadere militarmente la Libia nel 1911: il seguito fu una drammatica storia coloniale purtroppo poco conosciuta ai più per sistematiche omissioni e censure!

Oggi la mobilitazione dello stato italiano in Libia ha come obiettivo la tutela dei propri interessi petroliferi attraverso la sua compagnia di bandiera: l’Eni. La Francia, attraverso il governo Macron, uomo legato all’onnipotente colosso bancario Rothschild – già operativo in Libia dal 2011 – difende non solo la Total francese (la multinazionale energetica di bandiera) ma anche la sua influenza neocoloniale sul Sahel africano.

L’aver scoperchiato il vaso di Pandora, in seguito al truffaldino intervento “umanitario” Nato nel marzo 2011 in Libia, ha provocato ad oggi una tempesta sull’Europa in termini di immigrazione forzata e di attentati di matrice terroristica: entrambi sono effetti collaterali di una ricetta neocoloniale che promuove gli interessi geoeconomici e geostrategici delle potenze occidentali, che talvolta bisticciano tra di loro per la ripartizione del bottino.