Marocco. La denuncia di HRW
Libertà di parola. Ma solo se non critichi

Nella foto, mobilitazione per il giornalista Omar Radi. (Credit: Marocco le desk)

Studenti, attivisti per i diritti umani e civili, cantanti, youtuber, giornalisti e comuni cittadini. Nella lista nera del governo marocchino possono rientrare proprio tutti purché si apprestino a condividere pacificamente la propria opinione verso autorità e forze dell’ordine, e a urlare a gran voce il desiderio di poter vivere in una società dove esprimersi liberamente.

Sono “solo” una decina, ma potrebbero essere anche di più, i nomi con cui Human Rights Watch, l’osservatorio per i diritti umani, ha compilato la lista (resa nota il 5 febbraio) dei casi di arresto in Marocco per la semplice espressione di opinione sul web.

Un’opinione, una condanna

Da chi ha criticato lo stile di vita del re e il suo modo di governare, a chi ha invitato alla protesta per le azioni delle forze dell’ordine; da chi ha scritto e cantato una canzone o appeso striscioni allo stadio, a chi si è lamentato del pessimo sistema di accoglienza ospedaliero. Portati via da casa loro davanti alle famiglie, in mezzo alla strada, durante una partita di calcio, ai posti di blocco; condannati e incarcerati o in attesa di sentenze che vanno da pochi mesi a diversi anni.

Soufian Al-Nguad, Gnawi, Mohamed Sekkaki, Mohamed Ben Boudouh, Youssef Moujahid, Hamza Sabbaar, Said Chakour, Abdelali Bahmad, Ayoub Mahfoud, Omar Radi, Adnan Ahmadoun, Hajar Raissouni. Sono gli arrestati tra il 2019 e il 2020 per colpa di una parola “di troppo”. Tratto comune: l’aver detto ad alta voce quello che pensavano. Pena: l’essere stati incriminati con accuse infondate.

Legge a tutela delle opinioni (in teoria)

Il Marocco ha sottoscritto nel 1979 la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici che vincola i paesi firmatari al totale rispetto dei suoi articoli. Tra questi, quello sull’impossibilità di incriminare qualcuno per aver espresso un’opinione critica, ma non violenta, verso ufficiali di stato, autorità, forze dell’ordine. La libera espressione individuale è quindi protetta dal diritto internazionale. E non solo: nel 2016 anche una revisione del Codice marocchino per la stampa e le pubblicazioni ha ribadito questo concetto. Parallelamente, però, il Codice penale non è stato ancora rivisto e li condanna come crimini contro l’autorità dello stato.

Condanne che, però, si discostano molto dalla realtà dei fatti: così il rapper Gnawi è stato arrestato per una sua canzone, ma incriminato in via ufficiosa con l’accusa di oltraggio a pubblico ufficiale per aver insultato la polizia che lo aveva fermato e ricattato. Il 18enne Hamza Sabbaar è stato condannato a 8 mesi di carcere per uno striscione esposto allo stadio e per un post su Facebook condiviso da un altro profilo.

Soufian Al-Nguad ha scontato un anno per “incitamento alla rivolta” dopo aver mostrato sdegno sui social per l’uccisione di un giovane migrante al largo della costa marocchina. Rispettivamente quattro e tre anni di reclusione, invece, per Mohamed Sekkaki e Youssef Moujahid che con i loro video-commento su YouTube avrebbero «mancato di rispetto al re». Le storie di questi incarcerati, con grande esagerazione e manipolazione nelle sentenze di condanna, si somigliano tutte.

Tra i casi di censura da parte del governo marocchino sono saliti agli onori di cronaca soprattutto quelli di Hajar Raissouni e Omar Radi, entrambi giornalisti, colpevoli di aver calpestato i piedi al potere con il proprio lavoro, ma incriminati con delle scusanti. Radi dovrà scontare un anno di carcere per colpa di un tweet contro un magistrato; Hajar (nipote tra l’altro del presidente dell’Associazione marocchina per i diritti umani) è stata invece rilasciata su grazia del re dopo essere stata arrestata per un presunto aborto in realtà mai commesso. Si dà il caso però che entrambi avessero con le loro inchieste parlato, forse troppo, delle rivolte nel Rif.
Nel 2019 il Marocco si è guadagnato la 135ª posizione su 180 nella classifica mondiale sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere; il che lo colloca tra i paesi con minore libertà e maggiori rischi per i giornalisti.

I media di stato 

Secondo le analisi del Media Ownership Monitor, delle 36 compagnie di comunicazione marocchine, 9 appartengono allo stato: praticamente un quarto dei media del paese è controllato dal governo e dalla famiglia reale. Quest’ultima detiene quote in almeno 4 di queste e 2 dei maggiori stakeholders delle principali compagnie francofone ( Aujourd’hui Le MarocLa Vie EcoLes Inspirations EcoLa Nouvelle Tribune L’Economiste), sono ministri dell’attuale governo.

Marocco, un nuovo Egitto?

Alla luce dell’ultimo caso di arresto da parte delle autorità egiziane dell’attivista 27enne Patrick George Zaki, studente all’Università di Bologna tornato in Egitto per trovare la famiglia, e memori del tragico caso di Giulio Regeni, risulta più che mai importante monitorare e rivelare le violazioni di diritti umani e civili, delle libertà di espressione, di parola, di stampa, di associazione e protesta che avvengono anche in paesi come il Marocco che poco lascia trapelare dei suoi affari interni e di cui poco si parla continuando forse a pensare che tutto vada bene così.