EDITORIALE - MARZO 2017
Libertà di religione, svolta dal Marocco

Una svolta storica. Così è stata definita la risoluzione (fatwa) del Consiglio superiore degli ulema (teologi) del Marocco che abolisce la pena di morte per chi abbandona l’islam e abbraccia un’altra fede. La presa di posizione, espressa nel testo La via dei saggi dello scorso febbraio, ribalta una fatwa emessa dallo stesso consiglio nel 2012, che riaffermava la pena di morte per gli apostati. La depenalizzazione di questo reato non è una cosa nuova, ed è invocata e sostenuta da teologi e accademici riformisti nel mondo islamico. Ma è la prima volta che viene ufficializzata da una istituzione: il Consiglio superiore degli ulema, infatti, è la massima autorità religiosa ed è presieduto dal re Mohammed VI.

Ma la novità è anche un’altra, forse ancora più importante. È l’approccio storico-critico ai testi sacri di cui gli ulema si sono valsi per elaborare una valutazione radicalmente diversa della questione concernente l’apostasia. Al centro della loro analisi è il famoso hadith di Maometto che sentenzia: «Chi cambia religione, uccidetelo».

Puntualizzano, i teologi del Marocco, che la dichiarazione del Profeta va contestualizzata nel VII secolo, durante le guerre contro la rivoluzione islamica nella penisola arabica. E argomentano che «la comprensione più accurata, e la più coerente con la legislazione islamica e la sunna del Profeta, è che l’uccisione dell’apostata significava l’uccisione del traditore del gruppo, l’equivalente di tradimento nel diritto internazionale. Gli apostati in quell’epoca rappresentavano i nemici della umma (la comunità dei fedeli, ndr) proprio perché potevano rivelare segreti agli avversari».

In un contesto bellico la ferma condanna dell’apostasia era basata più su motivazioni di natura politica che dottrinale e religiosa. Quindi, chi interpreta oggi l’hadith del Profeta in senso letterale finisce per travisarne il significato.

L’innovativa presa di posizione degli ulema riguarda la comunità islamica del Marocco, ma non è riconosciuta in altri stati a larga maggioranza musulmana, come Iran, Mauritania, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Emirati arabi uniti e Yemen dove vige la condanna a morte per chi abiura. Ma i cambiamenti di mentalità – la storia insegna – iniziano sempre da minoranze, e solo dopo le loro idee vengono assunte dalla maggioranza. Il nostro augurio è che il percorso di rinnovamento iniziato in Marocco, a partire dalla questione dell’apostasia, finisca per contaminare il pensiero della comunità islamica internazionale, permettendo di apportare quei cambiamenti dottrinali e giuridici tanto necessari per una autentica libertà religiosa.

Nel 2009, al II sinodo per l’Africa, i vescovi del continente avevano manifestato preoccupazione per le restrizioni alla libertà religiosa in quelle nazioni che, per legge, proibiscono ai loro cittadini di abbracciare la fede cristiana, riferendosi implicitamente a quelle a maggioranza islamica. Nel loro messaggio al termine del sinodo, avevano chiesto giustizia e correttezza: «Poiché i cristiani che decidono di cambiare la loro religione sono ben accolti tra le file musulmane, ci deve essere in questo reciprocità. Il rispetto reciproco è la strada da percorrere. Nel nuovo mondo che sta nascendo, abbiamo bisogno di dare spazio a ogni fede perché contribuisca pienamente al bene dell’umanità».

Ora, la risoluzione del Consiglio superiore degli ulema è un segnale di speranza per la Chiesa in Africa e altrove nel mondo, poiché pone le basi per una cultura di accettazione dell’altro, aprendo al pluralismo religioso dove a ciascuno è riconosciuto il diritto di scegliere la propria fede e la facoltà di mutare orientamento confessionale.

Difficile è la strada intrapresa, che rimane però l’unica percorribile perché il dialogo interreligioso sia reale e per contrastare la minaccia costituita dall’oscurantismo e dal fanatismo.