Rapporto RSF 2018
Libertà di stampa, l’Africa non cambia passo

Leggendo il rapporto sulla libertà di stampa pubblicato recentemente dall’ong francese Reporters sans Frontières (Reporter senza Frontiere - RSF) l’idea che emerge del panorama mediatico africano è quella di uno stallo mediatico. Un pantano in cui l’operato degli addetti all’informazione viene ostacolato da leggi fatte ad hoc per reprimere il pluralismo e la libertà di stampa, e dove l’iniziativa privata viene spesso a scontrarsi con il potere dei media statali.

Inutile dire che un ruolo determinante viene giocato da alcuni presidenti e dalle loro manie di controllo: Magufuli, Afewerki, Al-Sisi, Teodoro Obiang Nguema e al-Bashir sono senza dubbio gli esempi più eclatanti della politica repressiva che attanaglia i media in alcune nazioni africane. Una nota dolce viene comunque dalla ventata d’aria fresca portata da alcuni leader politici, come il presidente del Ghana Nana Akufo-Addo e, soprattutto, dal presidente del Gambia, Adama Barrow.

Esempi virtuosi ma non troppo

Per rintracciare il primo paese africano nel report annuale di RSF, bisogna scorrere la classifica sino al 23esimo posto, dove troviamo il Ghana. Infatti, la prima parte della classifica, quella riservata ai paesi con una libertà di stampa definita “buona”, non presenta nessuna nazione africana, e a farla da padrone sono come ogni anno i paesi scandinavi.

Il Ghana, che guadagna tre posizioni rispetto al report del 2017, è l’esempio più virtuoso in Africa per indipendenza dei mezzi di comunicazione, pluralismo informativo, trasparenza e sicurezza. Complice anche la transizione democratica che ha accompagnato l’insediamento del nuovo presidente, Nana Akufo-Addo, nell’ultimo anno non si sono registrati particolari episodi di censura o di violenza ai danni di giornalisti.

In questa parte della classifica, in cui la situazione dell’informazione viene definita “abbastanza buona”, è presente anche il Sudafrica, 28esimo. A pesare sul suo posizionamento sono soprattutto la difficoltà nel trattare questioni legate al primo partito del paese, l’African National Congress (ANC), gli affari riguardanti l’ormai famoso GuptaLeaks, e all’annoso problema della redistribuzione della terra ai neri. Chiudono questa parte della classifica Capo Verde (29esimo) e Burkina Faso (41esimo), in cui dopo l’uscita di scena forzata del presidente Blaise Campaoré, nel 2014, non si sono registrati particolari episodi di violenza.

Mauritania e Tanzania in caduta libera

Continuando a scorrere la classifica troviamo i paesi in cui la situazione della libertà di stampa viene definita “problematica”. In questa parte del ranking figurano 22 paesi africani, e se nella maggior parte dei casi il posizionamento di questi rimane stabile rispetto all’anno precedente, salta invece all’occhio la situazione della Mauritania (72esima) che rispetto al 2017 perde 17 posizioni. A far precipitare la situazione nella repubblica islamica è stata soprattutto la modifica dell’articolo 306 del Codice Penale in seguito al rilascio del blogger Mohamed Cheikh Ould Mkhaitir, in precedenza condannato alla pena di morte e successivamente scagionato. La modifica prevede ora sanzioni più pesanti, sino alla pena di morte, per i reati di blasfemia e apostasia, di fatto rendendo puramente arbitraria la valutazione dell’operato di giornalisti e blogger.

Un’altra situazione complicata è quella della Tanzania, 93esima (meno 10 posizioni rispetto al 2017). Il presidente John Magufuli, dal suo insediamento, nel 2015, ha dichiarato guerra alla corruzione e ai mezzi di stampa, accusati di diffondere fake news. Non a caso soprannominato il bulldozer, nel novembre del 2016 Magufuli ha firmato il Restrictive Media Services Bill con l’intento di aver maggior controllo sull’operato dei giornalisti. Inoltre, per sopprimere qualsiasi iniziativa giornalistica dal basso proveniente da blogger e altri operatori del settore, una nuova legge approvata nel marzo 2018 prevede una licenza annuale del costo quasi proibitivo di $900 (750 euro) per chi volesse avviare un blog o aprire una radio.

In questa parte della classifica non mancano comunque paesi in cui la situazione ha visto dei leggeri miglioramenti, come nel caso del Senegal, 50esimo, che guadagna 8 posizioni rispetto al 2017. Infatti, nonostante una discussa riforma dei media datata giugno 2017, il panorama mediatico senegalese continua a godere di un clima politico più stabile rispetto ad altre realtà del continente. Degni di nota sono anche i progressi di Malawi, 64esimo (sei posizioni in più rispetto al 2017), e Liberia, 89esima (cinque posizioni in più rispetto al 2017), in cui fa ben sperare la promessa fatta a gennaio dal neo eletto presidente Georges Weah di rinforzare la libertà d’espressione nel paese.

L’effetto Barrow

Tra i 19 paesi africani in cui la libertà dei media è considerata “cattiva” figurano i soliti noti: paesi in cui l’assenza di istituzioni forti; povertà diffusa; scontri etnici; scarsità di fondi e leader politici che non ascoltano il volere del popolo, rende problematico e pericoloso il lavoro del giornalista. Ne sono un esempio Repubblica Centrafricana (112esima), Uganda (117esima), Sud Sudan (144esimo), Repubblica democratica del Congo (154esima) e Rwanda (156esimo).

Tra queste realtà va senza dubbio evidenziato il grande passo in avanti fatto dal Gambia - 122esimo ma con 22 posizioni in più rispetto al 2017 - in cui sembra iniziata una nuova era per i media dopo la dittatura ventennale di Yahya Jammeh. L’insediamento del presidente Adama Barrow ha portato alla nascita di nuovi media privati, i quali apertamente criticano l’operato del governo, cosa impensabile nei 27 anni di Jammeh. A sottolineare il cambiamento che sta vivendo la piccola nazione dell’Africa Occidentale, anche il rapporto annuale rilasciato dall’ong statunitense Freedom House, in cui il Gambia è passato dallo stato di “non libero” a quello di “parzialmente libero”.

Maglia nera al Corno d’Africa

L’ultima sezione della classifica è dedicata ai paesi in cui le condizioni dei media sono “veramente pessime”, cioè nazioni in cui il pluralismo informativo è del tutto assente e i giornalisti sono vittime di intimidazioni e violenze. In questa parte del ranking sono presenti ben 8 paesi africani: Burundi (159esimo), Egitto (161esimo), Libia (162esima), Somalia (168esima), Guinea Equatoriale (171esima), Gibuti (173esimo), Sudan (174esimo), ed Eritrea (179esima). Prendendo in considerazione le macro aree del continente africano, notiamo che tutto il Corno d’Africa è presente nella classifica, l’Etiopia è solo qualche posto più su: 150esima.