Se cade Tripoli
Libia, i timori di Algeri e Tunisi

Nella foto: il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune (a destra) e il suo omonimo tunisino Kais Saied.

Nella partita diplomatica internazionale in corso per la gestione della crisi libica il fronte dei paesi africani continua a muoversi in ordine sparso. Negli ultimi vertici dell’Unione africana a Brazzaville e Addis Abeba a tentare una fuga in avanti è stata l’Algeria, l’unica vera potenza continentale che, al pari dell’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, per prossimità geografica e forza economica e militare può incidere nelle trattative.

Il movimentismo diplomatico di Algeri

Dopo aver lanciato a Brazzaville, a fine gennaio, la proposta di attivare una missione militare congiunta in Libia sotto la regia dell’Unione africana, nelle ultime settimane il governo di Algeri ha continuato a lavorare per ritagliarsi il ruolo di mediatore africano tra il premier del Governo di accordo nazionale (Gna) Fayez al-Sarraj e il generale della Cirenaica Khalifa Haftar.

Un’ambizione espressa lo scorso 20 febbraio, nel corso di un incontro con la stampa algerina, dal presidente Abdelmadjid Tebboune. Parlando ai giornalisti, il presidente ha dichiarato che l’Algeria non insegue «obiettivi espansionistici, economici o commerciali» ma punta, piuttosto, ad «aiutare il popolo libico» in segno di riconoscimento per il supporto fornito dai libici durante la guerra di liberazione nazionale algerina.

Tebboune ha sottolineato i buoni rapporti con tutte le forze esterne attive in Libia – da una parte Egitto, Emirati Arabi Uniti e Russia sponsor di Haftar, dall’altra la Turchia a cui si aggrappa al-Sarraj – motivo per cui l’Algeria ha tutte le carte in regola per porsi come arbitro «imparziale» di questa crisi.

La strategia su cui Tebboune punterebbe per porre fine a un conflitto che, dall’uccisione del colonnello Gheddafi nel 2011, non si è mai fermato, è una replica del “modello maliano”, e dunque la «creazione di un Consiglio nazionale di transizione in grado di condurre a vere elezioni legislative che consentano la designazione di un governo da parte del parlamento libico».

L’impegno diplomatico dell’Algeria non è portato avanti solo a parole. Il 18 febbraio il ministro degli esteri algerino, Sabri Boukadoum, ha incontrato a Tripoli il premier al-Serraj e il suo omologo del Gna Mohammed Taher Siala. Prima era stato a Bengasi per vedere Haftar e il premier del governo di Tobruk, Abdullah Al-Thani. E nelle scorse settimane era volato nel Golfo Persico per colloqui con i vertici di Riad e Abu Dhabi.

Incontri di alto livello, a cui vanno sommate le visite ad Algeri del premier italiano Giuseppe Conte e, soprattutto, del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Ankara ha fatto pressioni per avere da Algeri un appoggio ufficiale ad al-Sarraj ma Tebboune, consapevole dei rischi che comporterebbe uno schieramento netto a favore del sempre più isolato leader del Gna, sta giocando insieme alla Tunisia la carta della neutralità.

I problemi interni

Servono però altri elementi per arrivare ai veri motivi dello slancio in avanti dell’Algeria verso la Libia, dopo il torpore diplomatico che ha contraddistinto l’ultima fase di governo di Abdelaziz Bouteflika. Un primo elemento è indubbiamente legato al fattore della sicurezza regionale.

Così come gli altri paesi confinanti con la Libia, in caso di caduta di Tripoli – definita dallo stesso Tebboune la «linea rossa» di questa crisi – l’Algeria teme da un lato una dilatazione del conflitto a macchia d’olio tra il Nordafrica e il Sahel, con il conseguente attecchimento di altre cellule jihadiste nel proprio territorio, dall’altra un’irreversibile “invasione di campo” delle potenze extra-continentali che stanno inondando la Libia di armi, mercenari e soldi.

Un secondo elemento rimanda, invece, ai problemi interni dell’Algeria. Nel tentativo di agitare lo spauracchio della guerra libica alle porte, c’è infatti chi vede una strumentalizzazione da parte del governo finalizzata principalmente a congelare le richieste di una riforma della Costituzione in senso democratico. Da quando si è insediato nel dicembre scorso, Tebboune continua a scontrarsi con la diffidenza dell’opinione pubblica algerina che lo vede come una diretta emanazione del vecchio establishment, come dimostrerebbe d’altronde la “benedizione” ricevuta dai militari senza che vi siano stati spargimenti di sangue.

Ergendosi a interlocutore sopra le parti in Libia, Tebboune starebbe dunque provando a smarcarsi da queste accuse, legittimando così la sua presidenza agli occhi della comunità internazionale. Un piano che, però, internamente non ha sortito gli effetti sperati. A dirlo sono le centinaia di migliaia di algerini che continuano a scendere in strada per chiedere che il vecchio apparato politico si faccia definitivamente da parte.

Un terzo elemento riguarda, infine, la complicata situazione economica dell’Algeria. L’eventualità di una degenerazione del conflitto libico, e il remake di attacchi a impianti di petrolio e gas algerini (come quello che nel 2013 a In Amenas portò all’uccisione di 39 ostaggi stranieri) avrebbe delle conseguenze nefaste per le casse dello stato, già in sofferenza a causa delle oscillazioni al ribasso del prezzo del petrolio.

Negli ultimi due anni il debito pubblico è passato dal 26% al 45% del Pil. I ricavi dall’esportazione di idrocarburi – 30 miliardi nei primi undici mesi del 2019 – hanno registrato un calo del 14,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Negli ultimi nove mesi le riserve di valuta sono diminuite di 10,6 miliardi di dollari. E il governo non può nemmeno effettuare tagli alla spesa pubblica – intervenendo ad esempio sui sussidi per i generi alimentari, il carburante e le medicine – per non andare incontro a nuovi disordini.

Le difficoltà della Tunisia

In questa partita, la stabilità dell’Algeria è legata a quella della Tunisia, nel senso che dalla sicurezza di un paese dipende direttamente quella dell’altro. Rispetto all’Algeria, la Tunisia rischia di essere contagiata più facilmente dalla crisi libica, sia per i legami commerciali con la Libia sia per una maggiore presenza di tunisini in Libia e di libici in Tunisia. Per queste ragioni anche per Tunisi la caduta di Tripoli per mano di Haftar è una linea rossa da non varcare.

L’arrivo di massicci flussi di profughi libici in fuga da Tripoli, e le parallele infiltrazioni di cellule jihadiste, rischierebbero di creare le stesse condizioni che nel 2015 portarono a un’escalation del terrorismo con due attentati al museo del Bardo di Tunisi e alla località costiera di Sousse che misero in ginocchio il turismo, importante fonte di entrate (25% di visitatori in meno e riduzione del 35% degli introiti).

Uno scenario del genere impatterebbe anche sul delicato quadro politico tunisino, con il parlamento neoeletto che fatica a formare un governo (sarebbe l’undicesimo dalla deposizione di Ben Ali nel 2011) e con una classe dirigente che si è dimostrata incapace di consolidare il nuovo corso democratico.

Accomunati dagli stessi timori e da problematiche interne simili, Tebboune e il suo collega tunisino, il presidente Kais Saied, non possono che muoversi in blocco a un ritmo prudente nella gestione della crisi libica. Ma in una guerra in cui tutti, o quasi, hanno tolto la maschera prendendo posizione a favore di una fazione o dell’altra, tenere troppo a lungo in mano la carta della neutralità potrebbe rivelarsi fallimentare.