Immigrazione
L’Italia reale contro la propaganda

Nel 2018 gli immigrati sbarcati nelle coste italiane sono stati 23.370, oltre l’80% rispetto al 2017. Un trend che si consoliderà a fine 2019, considerato che nei primi nove mesi di quest’anno i casi sono stati 7.710. Un calo drastico, specie se paragonato alle situazioni di Grecia e Spagna, dove di migranti ne sono invece arrivati in quest’ultimo periodo rispettivamente 39.000 e 19.000.

Questi numeri confermano che in Italia non è in atto alcuna “invasione” da parte di stranieri di origine africana. Il dato è emerso in tutta la sua evidenza questa mattina nel corso della presentazione, tenutasi a Roma al Teatro Orione, del “Dossier Statistico Immigrazione 2019” realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con il Centro Studi e Rivista Confronti e cofinanziato dall’Otto per mille della Chiesa Valdese-Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi.

Un lavoro di cui continua a esservi bisogno in Italia, nonostante si tratti della 29esima edizione. In un Paese ammaliato negli ultimi anni da un linguaggio politico animato dall’odio contro gli immigrati, per la formazione dei giovani e per divulgare un’informazione obiettiva e corretta è infatti necessario ristabilire puntualmente la verità dei fatti. E i numeri, le statistiche, le analisi e le esperienze raccolte in questo dossier servono proprio a questo.

I morti nel Mediterraneo

Il calo degli sbarchi di migranti in Italia non è però indice di un Mediterraneo più sicuro dove invece, complice la neutralizzazione di quasi tutte le ong operative nell’area, si continua a morire. Solo nel 2018 le vittime delle traversate in mare sono state 1.314, in pratica 1 ogni 35 che ha tentato l’attraversamento del Mediterraneo.

A queste si aggiungono altre decine di migliaia di sopravvissuti a cui è toccato il rientro forzato nei centri di detenzione libici sotto la supervisione della Guardia costiera libica. Un organismo quest’ultimo, sottolinea il dossier, “appositamente finanziato, addestrato e rifornito di mezzi dall’Italia e dall’Unione europea”.

Per fermare tutto ciò «vanno aperti corridoi umanitari per liberare dai campi di detenzione libici tra i 500 e i 700mila migranti - ha commentato Luca Di Sciullo del Centro Studi e Ricerche IDOS - Vanno strappati i profughi ai trafficanti di uomini. Vanno rivisti gli accordi con la Libia e la Turchia, Paese quest’ultimo a cui nel 2018 l’Italia ha venduto armi per 360 milioni di euro. Vanno riprogrammati gli ingressi dei migranti economici e ripristinati gli ingressi per ricerca e lavoro». Proposte comprensibili che però in Italia si scontrano con una politica che per fini elettorali preferisce guardare altrove.

La popolazione straniera residente in Italia

Altra falsa rappresentazione della realtà smontata nel dossier riguarda lo stato della popolazione straniera residente in Italia. Anche in questo caso parlare di “espansione” è errato. Nel 2018 la crescita è stata infatti solo del 2,2%, arrivando 5.255.503 residenti, pari all’8,7% della popolazione nazionale. Un numero di fatto stabile a differenza di quanto invece accade nel resto del mondo dove, nello stesso anno, gli immigrati sono aumentati di oltre 14 milioni, arrivando a un totale di 272 milioni a giugno 2019.

Per quanto concerne, nella fattispecie, il contesto dell’Unione europea, in cui gli stranieri residenti sono 39,9 milioni, l’Italia è il terzo Paese “ospitante” dopo la Germania (9,7 milioni) e il Regno Unito (6,3 milioni). Senza dimenticare che tra gli stranieri che vivono in Italia tanti sono nati nel nostro Paese (65.400 bambini) e, di conseguenza, non vanno più considerati come “immigrati”.

Gli stranieri non sono tutti africani

Altro dato importante su cui puntualmente “batte” il dossier riguarda la provenienza di questi stranieri. Tanti italiani credono che siano prevalentemente di origine africana. E invece per la metà sono cittadini europei (50,2%) e solo poco più di un quinto è di origine africana (21,7%). Nel complesso gli africani (le due nazionalità più presenti sono quella marocchina al terzo posto e quella egiziana decimo) sono in numero inferiore rispetto ai romeni.

Stallo normativo e discriminazioni

Di fronte a un fenomeno migratorio in costante evoluzione, in cui anche in Italia ormai la presenza delle seconde e terze generazioni di immigrati sta gradualmente diventando predominante, l’Italia si dimostra impreparata anzitutto dal punto di vista legislativo. Nel Paese vige una legge anacronistica imperniata sullo ius sanguinis “che in 27 anni - si spiega nel dossier - nessun governo e` riuscito ancora a riformare, nonostante le innumerevoli proposte di legge depositate in Parlamento e le diverse campagne e raccolte di firme a favore di un suo superamento”.

Ciò a cui si è invece assistito è stato “un inasprimento dei requisiti, anche economici, necessari non solo per ottenerla (la cittadinanza, ndr) ma soprattutto per conservarla, a causa delle aumentate possibilità di revoca introdotte dal primo decreto sicurezza del 2018”. Uno stallo normativo che ha innescato “processi di disaffezione e - soprattutto tra i più giovani e qualificati - anche di abbandono dell’Italia”.

Per ciò che concerne il dolente capitolo delle discriminazioni, a quelle “tradizionali” che si consumano quotidianamente nelle dinamiche sociali a cominciare dai contesti lavorativi, nel 2019 si è aggiunta l’esclusione degli stranieri dal reddito di cittadinanza (Rdc). “Il periodo di residenza richiesto (10 anni, di cui 2 continuativi) è quintuplicato rispetto a quello previsto dal precedente ‘reddito di inclusione’ - prosegue il dossier - e l’unica categoria di stranieri ammessa è quella dei detentori di un permesso di soggiorno di lunga durata, il cui rilascio già richiede, come requisito, un reddito minimo annuo – circa 6.000 euro – analogo a quello al di sopra del quale si viene esclusi dall’acceso all’Rdc”.

Ciò significa che “chi possiede un simile permesso rischia di essere troppo “ricco” per accedere al Rdc, mentre chi è troppo povero per ottenere un permesso simile, resta ugualmente escluso per mancanza di tale titolo”. Si tratta di una misura discriminatoria a cui si è andata ad aggiungere la richiesta per gli stranieri di presentare, insieme al modello Isee, una serie di documenti comprovanti il reddito nei Paesi d’origine, chiaramente difficili se non impossibili da ottenere.

Lavoro e tasse

Per ciò che concerne, infine, l’inserimento degli stranieri nel mondo del lavoro in Italia, i dati continuano a essere positivi. Gli occupati sono 2.455.000 (il 10,6% del totale nazionale), mentre le imprese 602.180 (9,9%). Le mansioni svolte sono prevalentemente di fascia medio-bassa, ma il numero crescente di chi prova a fare impresa testimonia di una popolazione straniera che punta a investire sulle proprie competenze per ritagliarsi una posizione sociale di maggiore benessere nel nostro Paese. Ma non solo.

Perché secondo i calcoli effettuati dalla Fondazione Leone Moressa, “nel 2018 il saldo nazionale tra entrate e uscite complessive - ossia tra quanto gli immigrati assicurano all’erario in pagamento di tasse, contributi previdenziali, pratiche di rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno e di acquisizione della cittadinanza ecc. e quanto lo Stato spende specificatamente per loro in servizi, sussidi e altri costi - è risultato positivo, per lo Stato, di 200.000 euro nell’ipotesi minima e di 3miliardi di euro nell’ipotesi massima”. Prova tangibile che più che aiutare noi gli stranieri a casa loro, sono loro ormai ad aiutarci a casa nostra.

Meno odio, più verità

«In Italia dovremmo renderci conto che le paure che ci hanno spinto a odiare gli immigrati - la paura di perdere un lavoro, di non farcela - sono in realtà paure che condividiamo con loro e che sono frutto di disfunzioni endemiche dello Stato che mettono gli e gli altri ai margini della società in una vera e propria guerra fra poveri e impoveriti - ha sottolineato Luca Di Sciullo -. Ci sono però luoghi come Riace e Bose da cui tutti possiamo ripartire. Sono luoghi che hanno dalla loro l’eloquenza dei fatti, smentendo la convinzione ideologica che l’integrazione non è possibile».

Parole confermate da Luciano Manicardi, priore della comunità di Bose, unica nel suo genere in Europa per essere al contempo monastica, ecumenica e laicale, aperta a tutti i credi cristiani. «Stiamo assistendo a quella che Ernst Bloch ha definito “la metamorfosi in demoni di gente comune” - ha detto Manicardi riferendosi all’ondata di odio nei confronti degli immigrati - Occorre reagire a questa deformazione dell’opinione pubblica. In tal senso etica della parola significa che nel parlare devo rispettare l’altro e rispettare me stesso dicendo dei no alle menzogne. E poi c’è bisogno di riappropriarsi degli sguardi degli altri. Altrimenti l’odio rischia di essere cieco se non vede il volto dell’altro».

Alzare la testa e guardare gli altri per capire qual è il paese reale. È l’impegno che questo dossier chiede a tutti, nessuno escluso.