Una pagina ancora aperta
L’odissea degli afro-mauritani

Foto: Rifugiati afro-mauritani in Senegal by
(*) Luciana De Michele, giornalista freelance. Leggi il suo blog.

I rifugiati mauritani in Senegal non possono e non vogliono dimenticare. Per questo, si sono ritrovati il 9 aprile per commemorare i tragici accadimenti di quello stesso giorno del 1989 in cui la loro vita è improvvisamente cambiata. Quella data, infatti, corrisponde all’inizio della deportazione di 120.000 cittadini negro-mauritani in Senegal e Mali. «Sono venuti a cercarmi a casa. Mi hanno portato in caserma, e poi mi hanno notificato che dovevo lasciare il paese. Con gli abiti che avevo e nient’altro, mi hanno condotto su un aereo. Altri sono stati caricati in 60 su vetture di 30 posti che hanno percorso 300 km, nel gran caldo. Alcuni miei nipoti sono morti durante il viaggio per maltrattamenti: non davano da bere né da mangiare, li pestavano, li insultavano, ci urinavano sopra», testimonia Cissokho Aldiouma, portavoce della comunità di rifugiati a Dakar.

In realtà, quel giorno non è stato né l’inizio né la fine dei problemi per i cittadini di pelle nera della Mauritania: una popolazione che rappresenta la grande maggioranza degli abitanti del paese, nonostante il governo non compia censimenti per nasconderlo. La questione mostra l’evidenza della storia del paese: un’invenzione coloniale francese, che ha rinchiuso negli stessi confini popolazioni autoctone nere (le stesse che abitano in Senegal: wolof, peul, bambara, soninké) e popolazioni maure di origini berbere e di pelle chiara.

L’incidente, scoppiato durante il governo di Ould Taya tra questi ultimi, pastori, e alcuni agricoltori senegalesi al confine tra Senegal e Mauritania, ha dato origine nell’aprile del 1989 alle violenze contro tutti gli individui della comunità nera sul suolo mauritano: senegalesi, africani di altre nazionalità e, soprattutto, cittadini mauritani. 

I precedenti

La situazione rappresentava in realtà la degenerazione di una situazione esplosiva creatasi già all’indomani dell’indipendenza del 1960. Da allora, i mauri arabi si sono imposti nei posti chiave del governo, escludendo politicamente e culturalmente la maggioranza nera e conducendo una politica di arabizzazione del paese. Tale logica discriminatoria ha raggiunto il suo apogeo il 28 novembre 1990. «Quel giorno, per celebrare il trentesimo anniversario dell’indipendenza, l’esercito ha impiccato 28 militari neri. Li hanno estratti a sorte, due fratelli sono morti così. Questo ci ha distrutto psicologicamente, noi non possiamo più festeggiare quella data. Hanno scelto un giorno che doveva rappresentare l’unità nazionale per umiliarci», commenta Djibril Ba, rifugiato.

Oggi, 12.648 rifugiati sono ancora in Senegal (l’89,7% dei 14.392 rifugiati nel paese, dati Acnur). Altri, circa 25.000, hanno scelto di rientrare nel 2008 in Mauritania in seguito a un accordo tra Senegal, Mali e Mauritania, stipulato sotto il governo di Sidi Ould Cheikh Abdallahi (eletto nel 2007). Il rimpatrio è stato tuttavia interrotto a causa del golpe dell’attuale presidente Mohamed Ould Abdel Aziz.

Radici strappate

Allo stato attuale, i rifugiati mauritani sono apolidi: in Mali, in Senegal e nel loro stesso paese. Se in Mauritania questi continuano a subire le conseguenze di un potere discriminatorio, chi è rimasto in Senegal è deluso. Dotati dello status di rifugiato, queste persone ufficialmente senza patria sono escluse da alcuni diritti. Non possono lavorare nel settore pubblico e sono respinti in quello privato. «Sono cresciuto in Senegal e ho conseguito a Dakar una laurea in Legge. I miei coetanei senegalesi hanno potuto accedere ai concorsi e fare carriera, mentre io ne sono stato a priori escluso. Se la situazione non cambia, mi ritroverò fuori dal mercato del lavoro per aver superato i limiti di età», afferma Mikaelon Dia, arrivato in Senegal con la famiglia quando era bambino.

Anche per questo, l’avvocato senegalese difensore dei diritti dell’uomo, Assane Ndioma Ndiaye, è stato invitato alla commemorazione: «Intendiamo lanciare una procedura con il Coordinamento dei rifugiati contro lo Stato del Senegal davanti alla Corte di Giustizia della Cedeao, perché non può accogliere delle persone in qualità di rifugiati e non adempiere ai doveri che questo comporta. Allo stesso modo, vogliamo denunciare alla Corte Penale Internazionale i responsabili mauritani delle violenze e delle deportazioni per crimini contro l’umanità. Al di là dell’aspetto giudiziario, queste denunce saranno l’occasione per lanciare il dibattito a livello internazionale».

E in effetti, sulla causa dei afro-mauritani, la comunità internazionale per lo più tace. Visti i segnali tutt’altro positivi che l’attuale governo mauritano sta lanciando, rifugiati e attivisti rilanciano la lotta e allertano sulla situazione esplosiva in cui si ritrova il loro paese.