Insicurezza
L'oro maledetto del Sahel

Il 2012 segna l’inizio della corsa all’oro nell’Africa saheliana. Quell’anno fu infatti scoperta una ricca vena aurifera che si estende dal Sudan fino alla Mauritania, passando per Niger, Mali e Burkina Faso. Con quella scoperta iniziò un rapido processo di cambiamento nei rapporti di forza e nella sicurezza dei paesi dell’intera regione.

Il primo giacimento fu trovato quasi per caso da un piccolo gruppo di minatori artigianali nell’aprile del 2012 sulle alture del Jebel Amir, nel Nord Darfur in Sudan. Una delle miniere si rivelò così ricca da aver fruttato milioni di dollari ai suoi proprietari nel giro di pochi anni. Fu soprannominata “Svizzera”.

Appena la notizia si diffuse, nella zona arrivarono cercatori d’oro da tutto il Sudan, ma anche da altri paesi della regione: dal Ciad, dalla Repubblica Centrafricana, dal Niger e perfino dalla Nigeria. Stime credibili dicono che in breve affluirono nella zona mineraria almeno 100mila cercatori d’oro. Ora, secondo diversi analisti, sarebbero addirittura più di un milione, mentre il Sudan è ormai diventato il secondo produttore africano del prezioso metallo.

I minatori artigianali producono ancora tra l’85% e il 90% dell’oro estratto nel paese - 93 tonnellate nel 2018 secondo dati ufficiali - lavorando con strumenti manuali, senza nessuna garanzia di sicurezza, né personale né per il metallo estratto, a rischio della stessa vita. Con il loro arrivo, come nelle corse all’oro del passato, si sono rapidamente diffuse nella zona armi, droga, alcool, prostituzione. Insomma ogni genere di traffico illegale che ha finito per incrementare la già drammatica insicurezza e conflittualità dell’area.

Secondo una ricerca del Sudan Democracy First Group (Gruppo per la democrazia prima di tutto in Sudan) intitolata The politics of mining and trading of gold in Sudan: challenges of corruption and lack of transparency (Le politiche dell’estrazione e del commercio dell’oro in Sudan: le sfide della corruzione e della mancanza di trasparenza), chi ha approfittato della situazione fornendo controllo del territorio e protezione in cambio di una forzata partecipazione all’affare, sono state le milizie già operanti nell’area.

Dapprima furono quelle di Musa Hilal, cioè i janjaweed tristemente famosi per gli abusi sui civili perpetrati durante il conflitto in Darfur. Secondo un rapporto commissionato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, Musa Hilal ricavava annualmente 54 milioni di dollari dal controllo del traffico dell’oro nel Jebel Amir. Poi l’affare passò alle Rapid Support Forces di Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemeti.

L’oro di Hemeti

Dopo aver spazzato via dall’area il suo ex comandante - Musa Hilal è da qualche anno in carcere a Khartoum - Hemeti nel giro di pochi anni è diventato uno degli uomini più ricchi e potenti del paese. Ora è membro del Consiglio Supremo, l’organo di presidenza transitorio, emerso dopo la caduta del regime dell’ex presidente Omar El-Bashir, ed è considerato da diversi esperti il vero uomo forte del Sudan odierno.

La versione online di African Business gli dedica un articolo, Sudan’s gold: Hemeti’s untold power (L’oro del Sudan: il potere non dichiarato di Hemeti). Vi si sostiene che ha investito la fortuna ricavata dal controllo dell’oro, venduto in gran parte di contrabbando agli Emirati Arabi Uniti, per reclutare giovani darfuriani disoccupati, facendo delle RSF una milizia di fatto interetnica forte di 40mila uomini, strettamente controllati da comandanti a lui legati da legami tribali e familiari. Dunque in Sudan la scoperta dell’oro ha finito per portare al potere un miliziano senza scrupoli.

Sahel: armi, droga e terrorismo

Anche nei paesi dell’Africa Occidentale in questo periodo si gioca una partita non troppo dissimile. In un rapporto pubblicato il 13 novembre intitolato Getting a grip on central Sahel gold rush (Un’infarinatura sulla corsa all’oro nel Sahel centrale), l’International Crisis Group, autorevole centro studi sulle dinamiche dei conflitti, dice che in Mali, Burkina Faso e Niger “fin dal 2016 gruppi armati hanno preso il controllo dell’estrazione dell’oro nelle zone dove le istituzioni statali sono deboli o assenti”.

Anche in questi paesi i gruppi armati, compresi quelli jihadisti, si sono avvantaggiati della mancata regolamentazione dell’estrazione del prezioso metallo fatta con metodi tradizionali. Il rapporto dice che almeno 2 milioni di persone sono impegnate in un settore in cui il 50/60% della produzione non è regolamentata e avviene in zone remote. Secondo valutazioni credibili, sarebbe tra le 20 e le 50 tonnellate in Mali, tra le 10 e le 30 in Burkina Faso, tra le 10 e le 15 in Niger, per un valore complessivo stimato tra 1,9 e 4,5 miliardi di dollari.

Regolamentare il commercio

Gli stati saheliani rischiano di veder crescere in numero e in forza i gruppi armati che già agiscono sul loro territorio se non saranno in grado di regolamentare in modo stringente l’estrazione dell’oro e il suo commercio. È prevedibile inoltre che aumentino i traffici criminali - di armi e di droga soprattutto - che le risorse ricavate dal prezioso metallo possono facilmente alimentare.

Particolare attenzione va riservata all’uso che ne potranno fare i gruppi terroristici che agiscono ormai sempre più impunemente nei paesi della regione saheliana, nonostante la presenza delle forze dell’Onu e di vari stati occidentali. Potrà essere incrementato il reclutamento, garantendo salario e benefit a giovani che non hanno altro modo per lavorare. Potrà anche essere perfezionato l’addestramento, con l’utilizzo degli esplosivi necessari al lavoro minerario.

Ma un ruolo fondamentale nello stroncare il traffico hanno anche gli importatori d’oro dalla regione. I maggiori sono Dubai, la Cina e la Svizzera. A loro in particolare l’ICG chiede di rafforzare l’impianto legislativo che regolamenta l’importazione del metallo nei loro paesi, in modo da contribuire a tagliare le risorse dei gruppi armati e di quelli jihadisti che sono un pericolo crescente per la sicurezza di una vasta regione dell’Africa e, si può a ragione dire, del mondo intero.