Nigeria, affare P&ID
Luci ed ombre di un contratto disatteso

Nella foto una manifestazione a sostegno del presidente e della sua crociata contro la corruzione. 

Lo scorso agosto la Corte commerciale britannica ha emesso una sentenza che ha suscitato sconcerto nel governo federale e tra i cittadini. La Process & Industrial Development Limited (P&ID), compagnia ingegneristica impegnata nella fornitura di gas, registrata nelle Isole Vergini Britanniche, ha querelato il governo federale nigeriano per aver violato l’accordo GSPA (Gas and supply processing agreement), stipulato nel 2010 per la durata di 20 anni, e il tribunale ha confermato l’inadempienza della Nigeria con una pesante condanna.

Il paese subsahariano, tra i primi produttori di petrolio del continente, dovrebbe pagare una sanzione pari a 9,6 miliardi di dollari alla compagnia fornitrice di gas oppure cedere al sequestro dei suoi assets. La sentenza in questione è successiva al lodo arbitrale del 2015, in cui la P&ID aveva già incontrato il favore dei giudici.

Il contratto in questione, firmato dal ministero del Petrolio e dalla compagnia straniera, imponeva a quest’ultima la costruzione di un impianto di trasformazione del gas umido in gas secco per alimentare la rete elettrica nazionale, e al governo nigeriano la realizzazione di un gasdotto collegato al suddetto impianto, nello stato di Cross River.

La P&ID ha dichiarato che il contratto è fallito nel 2012, quando il governo nigeriano non ha installato il gasdotto previsto, trasgredendo all’impegno preso. La controparte africana ha invece protestato dicendo che la ragione della sua inadempienza è la mancata costruzione dell’impianto di conversione, da parte della compagnia ingegneristica.

Punti oscuri

Brendan Cahill, fondatore della P&ID, ha affermato in tribunale che in due anni la società ha investito più di 40 milioni di dollari in studi di fattibilità, licenze, progetti e costi di gestione, e che la disputa si è accesa quando si è scoperto che il governo federale si stava impegnando con una terza parte.

La figura più controversa di questa storia è Michael Quinn, partner commerciale di Cahill all’interno della P&ID, che aveva partecipato alla sottoscrizione del contratto e che pare avesse molte conoscenze all’interno dell’apparato di governo dello stato africano.

Nei primi giorni di settembre Bloomberg Businessweek ha pubblicato un rapporto intitolato “Is one of the world’s biggest lawsuits built on a sham?” (Una delle più grandi cause legali del mondo si basa su una finzione?), in cui si indaga sul passato di Quinn, irlandese di nascita e con decenni di esperienza in Nigeria. L’indagine rivela un fosco giro di affari iniziati fin dall’arrivo di Quinn nello stato africano, negli anni ’90, quando insieme a Cahill fondò la società Marshpearl, con la quale concluse ghiotti contratti militari, per poi, nei più recenti anni 2000, essere accusato di spionaggio.

Bloomberg rivela anche che nell’estate del 2018 un uomo che aveva lavorato con Quinn contattò Joseph Pizzurro, avvocato difensore del governo nigeriano negli Stati Uniti, al quale confessò che Quinn - morto tre anni prima - aveva cospirato con funzionari nigeriani per ottenere profitti dai progetti del governo.

Recentemente anche il generale miliardario Teophilus Danjuma ha fatto dichiarazioni su Quinn, intricando ulteriormente la matassa. Danjuma entrò in politica nel 1999 come ministro della Difesa e assunse Quinn come consulente. L’ex ministro ha affermato che il progetto di fornitura di gas era una sua idea e che per lanciarlo aveva investito 40 milioni di dollari.

Nell’ambito della frode relativa al contratto con la P&ID, inoltre, il 21 settembre scorso l’Alta Corte di Abuja ha messo sotto accusa Grace Tanga, ex direttrice dei servizi legali del ministero del Petrolio, chiamata in giudizio con otto capi d’accusa, tra i quali lo scambio di tangenti.

La risposta di Buhari

L’attuale governo nigeriano ha espresso il suo disappunto nei confronti della sentenza della Corte londinese, rifiutandosi di pagare la sanzione. Il presidente Muhammadu Buhari (al potere dal 2015), in particolare, ha evidenziato la malafede della classe politica che lo ha preceduto, esprimendo la volontà di indagare a fondo sulla questione, per capire perché tale contratto è stato concluso con una società piccola e ignota, chi è stato coinvolto, perché i termini contrattuali non sono stati adeguatamente valutati e i motivi dell’inadempienza.

Proprio pochi giorni fa, tra l’altro, la Commissione per i crimini economici e finanziari (EFCC) ha segnalato l’esistenza di altri 11 contratti sospetti assegnati a diverse compagnie impegnate nel settore energetico.

Intanto, il governo sta prendendo tempo per valutare le sue prossime mosse giudiziarie. Lo scorso 26 settembre il tribunale britannico ha ordinato la sospensione dell’esecuzione della condanna al pagamento dei 9,6 miliardi di dollari, attendendo quindi il ricorso in appello del governo federale. Tuttavia, la Corte ha imposto il pagamento entro sessanta giorni di 200 milioni di dollari, come deposito cauzionale.