Mali centrale / Rapporto HRW
Milizie etniche fuori controllo

«Durante il 2018, nella zona centrale del Mali, le milizie armate hanno ucciso oltre duecento civili e bruciato dozzine di villaggi nel corso delle violenze tra diversi gruppi etnici. La maggior parte delle vittime appartengono alla comunità fulani (in francese peul), che a causa del loro presunto sostegno a movimenti armati legati ad al-Qaeda sono diventati bersaglio dei gruppi di autodifesa formati dalle etnie dogon e bambara».

Lo sostiene l’ong Human Rights Watch (HRW), che in un rapporto di 119 pagine intitolato “We used to be brothers. Self-defense group abuses in central Mali” (Eravamo fratelli. Abusi dei gruppi di autodifesa nel Mali centrale), documenta gli attacchi contro 42 tra villaggi e insediamenti situati nella regione di Mopti, in particolare vicino al confine con il Burkina Faso e nella città di Djenne, dichiarata patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco.

Governo sotto accusa

Il report spiega che la progressione e la brutalità delle violenze sono allarmanti e hanno prodotto sfollamenti, carenza alimentare e razzie di bestiame, causando enormi difficoltà ai civili delle diverse comunità etniche. 

Sotto accusa anche l’incapacità del governo di consegnare i responsabili alla giustizia, con un esplicito richiamo all’operato del presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita, il quale dovrebbe garantire che le forze di sicurezza proteggano in maniera imparziale tutti i civili, a rischio attacchi da parte delle milizie etniche e dei gruppi jihadisti. Mentre le autorità giudiziarie dovrebbero indagare e perseguire i responsabili di questi gravi abusi.

Lo studio si basa su indagini sul campo e interviste telefoniche condotte da HRW nel Mali centrale a febbraio, maggio e luglio 2018. Nel corso di questi mesi, i ricercatori hanno raccolto 148 testimonianze di vittime delle violenze, nonché dei leader delle comunità fulani, dogon e bambara; oltre ad aver intervistato funzionari del governo locale, degli apparati giuridici e della sicurezza.

Le radici del conflitto

Dal 2015, i gruppi jihadisti hanno progressivamente aumentato la loro presenza nel Mali centrale, uccidendo molti civili e funzionari governativi, oltre ad essersi macchiati di innumerevoli abusi. La loro presenza nell’area e il successivo reclutamento tra le loro fila di pastori fulani, ha infiammato le tensioni con le comunità bambara e dogon, portando alla formazione di gruppi di autodifesa con una forte connotazione etnica.

Lo studio rileva che questi gruppi hanno deciso di occuparsi in maniera autonoma della sicurezza perché il governo non è riuscito a proteggere adeguatamente i loro villaggi e le loro proprietà. La facilità di procurarsi armi da fuoco, compresi fucili d’assalto, ha contribuito alla crescita e alla militarizzazione dei gruppi.

Alcune delle testimonianze raccolte hanno descritto l’uccisione di 156 civili fulani da parte dei gruppi di autodifesa dogon e bamabara, comprese le stragi avvenute in dieci diversi villaggi, dove sono stati uccisi da 8 a 23 civili nello stesso giorno. Inoltre, non si hanno più notizie di una cinquantina di fulani, tra cui numerosi bambini, che sono stati catturati dalle milizie o sono fuggiti per scampare alle violenze. 

Il rapporto documenta anche l’uccisione di 46 dogon durante 16 attacchi da parte dei gruppi estremisti islamici, sostenuti da gruppi di autodifesa fulani. Le peggiori atrocità della milizia sono state innescate dall’uccisione di alcuni capi delle comunità dogon e bambara che hanno scatenato la rappresaglia contro interi villaggi di fulani.

Carenza di fondi

Prima della pubblicazione, HRW ha condiviso quanto emerso dallo studio con il governo maliano che come risposta ha assicurato la tempestiva adozione di misure mirate ad affrontare la violenza interetnica, spiegando che la capacità di proteggere i civili è fortemente ostacolata dalla mancanza di risorse.

In conclusione, il rapporto suggerisce che il governo dovrebbe perseguire più efficacemente i responsabili dei crimini, intensificare i pattugliamenti per proteggere le popolazioni vulnerabili, istituire una linea diretta per segnalare attacchi imminenti, oltre a garantire che le forze di sicurezza rispondano alla violenza in modo rapido e imparziale.