Egitto / Elezioni 2018
Nessuno disturbi il rais

Risale a mercoledì scorso l’ordine del governo di monitorare i media e di prendere provvedimenti contro chiunque “minacci gli interessi nazionali”. Questa è solo l’ultima manovra delle autorità volta a reprimere qualsiasi forma di dissenso - visto come una violazione della sicurezza nazionale - in vista delle elezioni presidenziali che si svolgeranno tra il 26 e il 28 marzo. Il regime aveva già impedito ai giornalisti di intervistare gli elettori e di condurre sondaggi.

A pochi giorni dal voto - che vede il presidente in carica, Abdel Fatah al-Sisi, correre solo, se si esclude la “candidatura fantoccio” di Moussa Mostafa Moussa - i media nazionali restano in silenzio. “È un passo indietro per la libertà di stampa” ha detto Yahya Qalash, l’ex capo dell’Unione dei giornalisti egiziani, aggiungendo che “non solo la libertà di stampa è in pericolo, ma lo è anche la stessa professione di giornalista”. 

Censura e repressione

Il regime egiziano ha lavorato molto sulla repressione del dissenso, chiedendo a tutti di conformarsi alla linea politica governativa per garantire la stabilità del paese. La maggior parte dei media e dei giornali egiziani sono politicamente vicini al regime. Molte personalità pubbliche, critiche nei confronti del governo, sono state rimosse dai loro incarichi e numerosi siti internet, indipendenti o legati a gruppi islamisti, sono stati chiusi. Anche i reporter stranieri rischiano l’arresto o l’espulsione. Esprimere dubbi sulle elezioni e sulla loro legittimità non è tollerabile. La Commissione elettorale nazionale, infatti, ha fornito linee guida sulla copertura mediatica del voto, proibendo la pubblicazione di qualsiasi opinione da cinque giorni prima, fino alla fine della tornata elettorale.

Le misure repressive adottate - che non si riassumono solo nell’imposizione del silenzio mediatico, ma anche nell’arresto, nella scomparsa o direttamente nell’eliminazione fisica dei dissidenti e degli attivisti politici - vanno lette nel contesto più ampio di lotta contro i gruppi islamisti, più o meno radicali, attivi sul territorio. La guerra globale contro il terrorismo non ha risparmiato l’Egitto che è stato vittima di numerosi attentati, l’ultimo risalente allo scorso novembre, quando un commando legato allo Stato Islamico ha fatto esplodere un’autobomba nei pressi di una moschea nel Sinai, uccidendo più di trecento persone e ferendone un centinaio.

Inoltre, dalla presa del potere di al-Sisi nel 2013 - quando, con un colpo di stato militare, è stato rovesciato il governo dei Fratelli Musulmani che faceva capo a Mohamed Morsi - si è scatenata una repressione brutale nei confronti dei gruppi dell’Islam politico. Ma non sono solamente i gruppi islamisti ad essere vittime di repressione. La censura di regime colpisce tutti, dalla stampa indipendente, ai movimenti sindacali e di sinistra fino alla società civile. Tutti accusati dello stesso reato, ossia “propaganda terroristica”.
È tramite la censura, la repressione del dissenso, le torture, le sparizioni forzate e gli omicidi che il regime di al-Sisi si è consolidato, nel corso degli anni.

Interessi stranieri

L’ex generale, che si presentò all’opinione pubblica come un nuovo Gamal Abdel Nasser, ha cercato di fare leva sul nazionalismo e sull’indipendenza dell’Egitto dagli aiuti stranieri per rafforzare il suo potere, salvo poi cedere, inevitabilmente, alle pressioni internazionali. La posizione del presidente è scomoda, rispetto alla politica interna e a quella estera.

La politica economica egiziana, che deve rispondere ai diktat delle istituzioni di credito internazionali, sembra andare nella direzione opposta rispetto alla retorica “l’Egitto agli egiziani”. I tagli alla spesa pubblica, l’abbassamento dei salari minimi, le limitazioni dei sussidi, l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, gli aggiustamenti strutturali nel settore energetico e in quello pubblico, sono tra le principali cause del dissenso. Il paese è infatti scosso da manifestazioni, proteste e scioperi da parte di tutte le categorie professionali, puntualmente represse.

L’Egitto deve inoltre rispondere alle pressioni dei vari alleati internazionali. A livello regionale, i legami con l’Arabia Saudita si sono rafforzati grazie all’impegno militare in Yemen al fianco di Riyad e la cessione, nei giorni scorsi, delle isole di Tiran e Sanafir, la cui posizione nel Mar Rosso è geograficamente strategica. Senza dimenticare che l’avvicinamento tra i due paesi è legato anche, e soprattutto, alla comune avversione verso la Fratellanza Musulmana e all’isolamento dell’Iran e del Qatar. Alcune fonti sostengono anche che l’Egitto abbia inviato truppe nella base militare di Sawa, in Eritrea, in funzione anti etiopica e sudanese. Notizia questa che è stata smentita con decisione dal presidente Isaias Afwerki.

Russia e Usa

A livello globale, invece, i rapporti con Mosca vanno a gonfie vele - Vladimir Putin fu il primo a riconoscere il governo di al-Sisi nel 2013 - soprattutto in vista della futura costruzione di una zona economico-commerciale nel Canale di Suez, che vedrebbe la Russia in prima linea. La partnership con gli americani è invece traballante. Donald Trump, che aveva coccolato il presidente nei primi mesi della sua presidenza, ha fatto marcia indietro, alla luce dei buoni rapporti che corrono tra Egitto e Corea del Nord.

L’invio di aiuti all’Egitto è quindi stato subordinato al “ripristino della democrazia e della tutela dei diritti umani”, anche se le forniture militari - effettivamente congelate nell’agosto scorso, ma ora riprese regolarmente - e il sostegno alla lotta contro il terrorismo, non sono stati messi in discussione, come riaffermato dal segretario di stato americano Rex Tillerson, in visita al Cairo nei giorni scorsi. 

Non fa ben sperare, infine, il silenzio stampa anche da parte dei media internazionali riguardo non solo le elezioni presidenziali, ma soprattutto la censura e le repressioni. Si capisce che, ancora una volta, la stabilità politica di una regione fondamentale a livello geopolitico e geostrategico è preminente rispetto alle garanzie democratiche e al rispetto degli standard umanitari dettati dal diritto internazionale.