Una giornata in carcere
Nigrizia all’Opera

Un momento di confronto. Una giornata per sottolineare come, una rivista che si occupa di Africa e di immigrazione, qual è Nigrizia, non dimentica quei migranti africani che abitano le carceri italiane. Perché questo era il senso del dossier L’Africa dietro alle sbarre, pubblicato dalla nostra rivista lo scorso mese di giugno.

Il lavoro di Carolina Antonucci e Stefano Daddi voleva andare oltre gli stereotipi e i luoghi comuni che avvolgono il tema degli stranieri reclusi; presentare come, nell’invisibilità delle carceri, c’è un popolo più invisibile di altri, i cui diritti sono meno garantiti, per responsabilità di una legge vecchia oltre 40 anni che ancora norma il sistema penale. Pensata per una società differente e non più rispondente all’oggi.

E il senso del dossier è diventato il senso della giornata di ieri, 28 novembre, dentro il carcere milanese di Opera, il più grande carcere italiano per “definitivi”. Grazie all’attenzione del direttore Giacinto Siciliano e del cappellano Antonio Loi, che hanno organizzato l’incontro, alla presenza del direttore della rivista, Efrem Tresoldi, della redattrice del dossier, Antonucci, della presidente di Antigone Lombardia, Valeria Verolini, e soprattutto dei detenuti africani che hanno partecipato all’iniziativa.

Il lavoro, che voleva raccontare all’esterno gli africani in carcere, ha capovolto la prospettiva, raccontandosi dall’interno, sottolineando la mancanza di accesso a dei diritti minimi validi per gli italiani, ma non per gli stranieri e diventando narrazione diretta di chi vive in quell’ambiente di reclusione. Nella consapevolezza che, come sottolineato da Siciliano, «non esiste una soluzione semplice per una realtà complessa come il carcere, dove deve esserci certezza del rispetto di alcune regole di convivenza che valgono sia dentro che fuori».

Perché se è vero che «la criminalità straniera è criminalità spesso legata alla sussistenza, al surrogato di possibilità di vivere in un modo decente il proprio quotidiano» (Antonucci) è anche vero che «vi è una questione di selettività, per cui gli stranieri sono più facilmente fermati e arrestati; così come vi è meno possibilità di accedere a una difesa qualificata, per fragilità economiche, e al sistema dei domiciliari alternativo alla detenzione in carcere, perché spesso manca un domicilio o una rete familiare di sostegno nelle vicinanze» (Verolini).

E in questa somma di fragilità che si anellano, occorre costruire percorsi che mettano insieme il dentro e il fuori di una realtà che appare spesso scollata, non solo rispetto al sogno di un progetto migratorio ma anche rispetto a un sistema carcere non più rispondente alla realtà che lo abita. Perché risulta difficile a chi sa che all’indomani del fine pena verrà espatriato, partecipare a un progetto di inserimento in un mondo del lavoro che non lo comprenderà.

Ma, come sottolinea un giovane detenuto proveniente dal Marocco, il carcere può essere quello strumento che ti «mette davanti a te stesso, ti fa comprendere come tu non sia un ragazzo cattivo, ma il frutto di un degrado di periferia che va affrontato». Può essere quel tavolo di lavoro tra migranti che rivendica dei diritti che appaiono tanto banali quanto necessari alla vita, «la possibilità di una videochiamata ai miei cari che sono lontani e che non vedo da anni». E anche un’accusa a chi sta fuori, «le conseguenze delle vostre paure, noi le paghiamo tutti i giorni: quando ci guardate male sugli autobus; quando ci scambiate per terroristi; quando la prima cosa che accoglie il nostro arrivo è la vostra diffidenza».