Camerun / Crisi anglofona
Per il conflitto soluzioni ancora lontane

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Chi plaude alle decisioni raggiunte, chi afferma che sono poche, non sostanziali, di facciata. È il famoso bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto quello lasciato sul tavolo che ha ospitato cinque giorni di discussione sul futuro del Camerun. Una conferenza nazionale - avviata il 30 settembre e conclusasi il 4 ottobre - il cui obiettivo era quello di garantire un confronto reale che possa portare alla fine di una crisi che contrappone la parte francofona a quella anglofona (nord ovest e sud ovest) del paese.

Tra i risultati annunciati alla stampa dal presidente Paul Biya e chi lo sostiene ci sono alcune proposte: l’adozione di statuti speciali per le due regioni anglofone al fine di rafforzarne l’autorità amministrativa, l’elezione di governatori locali, la reintegrazione nella società degli ex combattenti, il rilancio di opere e infrastrutture in aree anglofone, ma anche, e con forte valore simbolico, il ritorno al nome Repubblica unita del Camerun.

Dialogo o monologo?

Su questo punto si riaffaccia il peso del passato coloniale. Sono in molti a sostenere che la “vecchia” struttura (e quindi nome) Repubblica federale del Camerun - così fu chiamata dopo l’annessione della parte inglese a quella francese a seguito dell’indipendenza rispettivamente da Inghilterra e Francia - era quella che avrebbe meglio garantito una politica più equa e non sbilanciata verso la maggioranza francofona.

Ma la federazione fu dismessa pochi anni dopo (1972) a seguito di un discusso referendum. Non una questione di lana caprina, quella del nome - dicono gli oppositori di Biya - ma essenziale per riconoscere uguali diritti e facoltà di scelte a quelle parte del paese che da tempo lamenta di essere stata relegata a una vita sociale e politica marginale.

Una marginalizzazione che si è evidenziata anche durante le sessioni di incontri a cui non hanno partecipato i separatisti che si sono rifugiati all’estero e - come si prevedeva - non hanno risposto all’appello per paura di essere arrestati una volta tornati in patria. Marginalizzazione che, inoltre, è stata denunciata da molti degli oppositori del regime di Biya, secondo i quali le sessioni non prevedevano reale confronto ma semplicemente ascolto e accettazione passiva delle decisioni finali.

Fratture profonde

La cinque giorni di incontri è stata inframmezzata da significativi eventi che - più di quanto avveniva ai tavoli del “dialogo” - hanno dato la misura delle diverse posizioni in campo e di quanto in realtà il paese sia profondamente diviso.

Il 1 ottobre nelle regioni anglofone si è festeggiato il secondo anniversario della nascita di Ambazonia, il nuovo Stato fondato dai separatisti. Qualche giorno dopo il presidente Biya ha annunciato - durante i lavori - la volontà di rilasciare oltre 300 dissidenti rinchiusi da tempo nelle carceri. Tra questi il leader dell’opposizione ed ex candidato alla presidenza, Maurice Kamto, in carcere da nove mesi con l’accusa di insurrezione. Decisioni salutate con freddezza da chi fa notare che nelle carceri di stato rimangono migliaia di persone che non sanno ancora quale sarà il loro destino.

Sui social, invece, c’è chi ha postato notizie di un massacro in un villaggio nella contea di Mezam, nord del paese, ad opera dei soldati governativi. Questo il 4 ottobre, proprio mentre Biya annunciava le risoluzioni degli incontri. Si vedrà presto, dunque, se queste sono solo decisioni di facciata, così come i detrattori hanno detto della conferenza nazionale.

Stabilità regionale a rischio

Certo Biya sta affrontando una serie di pressioni, non solo interne, ma dalla stessa comunità internazionale, preoccupata che l’escalation di violenza e il clima incerto nel paese, possa ripercuotersi sulla stabilità della regione. Non dimentichiamo che la parte anglofona confina con la Nigeria, già alle prese con il terrorismo di Boko Haram ed è vicina a Ciad e Repubblica Centrafricana, aree fortemente compromesse da crisi e violenze che vanno avanti da anni.

Le proteste in Camerun sono cominciate nel 2016. Dapprima solo insegnanti e giudici che rivendicavano l’uso dell’inglese nelle scuole e nelle corti. Poi, si sono velocemente estese a tutte le rappresentanze delle regioni anglofone. Secondo l’International Crisis Group il conflitto civile ha finora provocato più di 3.000 vittime e oltre mezzo milione di persone sono state costrette a lasciare le loro case, le loro terre.

Le violenze sono imputabili ad entrambe le parti, i combattenti per la secessione e la loro Ambazonia, e i militari governativi. Gli anglofoni rappresentano un quinto della popolazione camerunese che conta 24 milioni di persone. Milioni di persone che un presidente in carica da 37 anni non riesce più a tenere unite. Come ha affermato qualche analista, questa prima apertura al dialogo da parte di Biya ha comunque avuto un merito: riconoscere l’esistenza del problema. Ora bisognerà trovare la soluzione. Le indicazioni emerse dalla conferenza di Yaoundé sono solo un piccolo passo. Inutile, se non troverà una convergenza di accordi e la volontà di seguirne l’ombra tracciata.