Etiopia
Riforme, percorso a ostacoli

Nella foto il primo ministro Abyi Ahmed in parlamento

Da quando è stato nominato primo ministro, all’inizio dello scorso aprile, Abyi Ahmed ha imposto un ritmo accelerato all’evoluzione politica dell’Etiopia.

Sul piano interno, in poco più di tre mesi, ha scarcerato migliaia di oppositori, compresi ben noti leader e giornalisti, ha facilitato il ritorno di quelli in esilio e ha rimosso molte formazioni dell’opposizione dalla lista dei gruppi terroristici. Nei giorni scorsi ha coronato il processo dichiarando: «Date le nostre politiche attuali, non c’è nessun’altra scelta se non promuovere una democrazia multipartitica supportata da istituzioni forti che garantiscano il rispetto dei diritti umani e delle leggi».

Tale affermazione è stata la conclusione di un discorso tenuto a un incontro con i partiti nazionali e regionali e si colloca in un contesto in cui la coalizione di governo – Il Fronte rivoluzionario democratico del popolo etiopico (Frdpe) – ha ottenuto il 100% dei deputati nel parlamento nazionalein seguito alle elezioni del 2015.

Secondo le dichiarazioni alla stampa del capo di gabinetto del primo ministro, Fitsum Arega, i partecipanti all’incontro hanno apprezzato l’annuncio e hanno chiesto riforme delle leggi che regolano il voto, perché quelle in vigore hanno impedito finora una reale competizione elettorale. Se tutto andrà secondo la direzione indicata, le prossime elezioni, previste per il 2020, potrebbero portare una vera e propria rivoluzione nelle relazioni di potere che hanno governato l’Etiopia dalla caduta del regime del colonnello Menghistu Hailé Mariam, nel 1991.

Cambiamenti accelerati anche sul piano delle relazioni regionali. Il più importante è sicuramente il riavvicinamento all’Eritrea con la firma della dichiarazione di pace che dovrebbe chiudere il capitolo della guerra di confine scoppiata nel maggio 1998 e riavviare le relazioni diplomatiche e commerciali.

I tigrini si agitano

Ma il percorso di rinnovamento disegnato da Abyi Ahmed rischia di incontrare non pochi intralci. All’interno della coalizione governativa non tutti sostengono con la stessa convinzione le nuove politiche. Il Fronte popolare del Tigray, che rappresenta i tigrini, cioè il 6% della popolazione, ma che finora aveva tenuto saldamente nelle proprie mani la barra del timone del potere, ha già dato segni di insofferenza.

Lo scorso giugno, all’indomani delle aperture verso l’Eritrea, lo stesso primo ministro è stato oggetto di un attentato in cui con ogni probabilità erano implicati funzionari delle forze di sicurezza. Lo si suppone dal fatto che Abyi Ahmed ha subito sostituito il capo di stato maggiore dell’esercito, in carica da 17 anni, e quello dei servizi di sicurezza, entrambi tigrini.

Nei giorni scorsi, secondo l’agenzia di stampa etiopica, Fana, la polizia ha sequestrato ingenti somme di denaro e grandi quantitativi di armi, contrabbandate illegalmente nel paese, sembra attraverso i confini con il Sudan e con Gibuti. Si tratterebbe di circa 10 milioni di dollari e di un migliaio di armi da fuoco, tra cui pistole e mitragliatrici, oltre a 80.000 pallottole. Lo scopo è fin troppo chiaro: fomentare insicurezza in un paese dagli equilibri ancora non consolidati dopo l’insediamento del nuovo primo ministro e il nuovo corso da lui iniziato.

Non è la prima volta che le forze di sicurezza sequestrano ingenti somme di denaro, contrabbandate nel paese anche attraverso l’aeroporto internazionale di Addis Abeba. Le ultime importanti operazioni nel novembre del 2017 e nel 2016. Infatti allora la situazione era così precaria da aver portato al cambio dei vertici del governo. Un gioco che qualcuno potrebbe voler tentare ancora una volta.