Kenya, conflitti per la terra
Siccità e land grabbing, miscela esplosiva

Foto grande: Pastore della regione Turkana con la sua mandria (Gwenn Dubourthoumieu / IRIN)
Foto piccola: Pastore con il gregge nella provincia di Garissa (coastweek.com) 

La questione è stata portata alla ribalta un paio di settimane fa dall’uccisione di un inglese con cittadinanza anche keniana, Tristan Voorspuy, proprietario, con altri, di una tenuta di 24.000 acri (poco meno di 10.000 ettari), il Sosian ranch, nella contea di Laikipia, una di quelle più devastate dalla crisi climatica. Migliaia di pastori, armati di lance e kalashnikov, avevano invaso la tenuta con le loro mandrie, danneggiandone gravemente le infrastrutture e uccidendo l’uomo che aveva cercato per giorni una mediazione che potesse risolvere il problema. In gennaio era toccato ad una tenuta vicina, il Suyian ranch, di 44.000 acri (17.600 ettari). Erano state bruciate strutture turistiche e sgozzati animali selvatici.

Non solo Laikipia

L’elenco delle tenute invase negli ultimi mesi è lunghissimo. Secondo stime delle autorità locali, nella regione di Laikipia sarebbero anche arrivati, nell’ultimo periodo, almeno 10.000 allevatori con almeno 135.000 capi di bestiame, provenienti soprattutto dalle contee vicine di Baringo, Isiolo e Samburu, altrettanto devastate dalla siccità e da scontri interetnici. Persino la polizia spesso non se la sente di intervenire per prevenire e combattere le invasioni. “Questa gente è pericolosa, non risparmia nessuno.” Ha dichiarato Jacob Endung, un funzionario governativo della zona.

Ma si può certamente dire che è l’esasperazione a renderli pericolosi. In questo periodo i giornali keniani riportano giudizi inclementi sul modo in cui il governo gestisce il territorio. “Un’altra carestia? Niente di nuovo. La capacità del governo di mitigare gli effetti dei cicli di siccità è tristemente inadeguata…”. “La stessa storia di sofferenza quando i cicli di siccità devastano la terra” titola il Daily Nation, il più diffuso quotidiano del paese. Altri mettono in evidenza il cattivo uso delle risorse idriche, la deforestazione selvaggia, la mancanza di interventi strutturali per la protezione del territorio.

Negli articoli dedicati all’omicidio di Voorspuy, si fa notare che la compagnia di cui era socio aveva investito molto per recuperare la tenuta, che aveva acquistato per un tozzo di pane perché era in condizioni pessime. Ora, mettendo in luce il diritto dei proprietari di difendere i propri investimenti, si fa sapere anche che il degrado del territorio non è ineluttabile. Qualcosa si può fare anche nelle zone semiaride del nord del Kenya, per evitare che gli allevatori siano messi nella condizione di scegliere se veder morire di stenti ad intervalli sempre più brevi il proprio bestiame (che è l’unica loro ricchezza), o invadere proprietà private in cui è ancora possibile trovare acqua e foraggio.

Terre ancestrali o demaniali?

Perché le proprietà private sono considerate terre ancestrali dalle popolazioni locali. E qui sta il punto. Non sono mai state terre di nessuno, ma terre lasciate libere in modo da poterle utilizzare in caso di necessità, come nei periodi di siccità. Sicché i diritti di proprietà rilasciati dal governo su questi terreni, considerati demaniali, non vengono riconosciuti e gli allevatori locali si sentono in diritto di usare le terre che tradizionalmente appartenevano alla loro tribù. Quest’anno la situazione è complicata anche dalle imminenti elezioni, che incoraggiano azioni che potrebbero portare voti nelle assemblee delle contee e anche nel parlamento nazionale. Per l’uccisione di Tristan Voorspuy è stato brevemente arrestato il parlamentare locale, Mathew Lempurkel, accusato d’aver fomentato l’invasione della tenuta e le cui responsabilità sono ancora in via di accertamento.

Le ragioni delle invasioni sono dunque molteplici ed hanno cause antiche e profonde, ma il land grabbing è certamente la più importante e la più difficile da affrontare. E’ stato favorito dai colonizzatori, ma anche dal governo fin dai primi anni dell’indipendenza. Ne hanno tratto vantaggio soprattutto le famiglie keniane più importanti ed influenti, attraverso provvedimenti legali e pratiche di corruzione. Sono le stesse famiglie che ancora oggi detengono le leve del potere nel paese. Una soluzione al problema non è nell’agenda politica di nessuno dei partiti maggiori, ma molti keniani dicono che la questione della terra andrà prima o poi affrontata, se non si vuol veder aumentare l’instabilità che è già preoccupante in diverse aree del paese.