Mozambico / Il caso
Spazzati via dalla miniera

Nagonha si trova a circa 150 km dalla città di Nampula, nel nord del Mozambico. È un povero villaggio di pescatori con poco più di mille abitanti che vivono in qualche centinaio di capanne di legno affacciate sull’oceano Indiano. Il piccolo insediamento si trova all’interno di una concessione mineraria rilasciata nel 2011 dal governo di Maputo alla compagnia cinese Hainan Haiyu Mining Co. Ltd.

La compagnia estrae sabbie di minerali pesanti come ilmenite, titanio e zircone. Ha iniziato i lavori di estrazione circa tre km a nord del villaggio e in seguito ha continuato a cambiare siti spostandosi verso sud spianando dune di sabbia naturale, distruggendo la vegetazione e generando grossi cumuli di detriti, frutto del dragaggio del sottosuolo che hanno ricoperto lagune e corsi d’acqua.

Nel 2015 una devastante inondazione ha colpito la zona radendo al suolo 48 case e danneggiandone un altro centinaio, lasciando quasi 300 persone senza mezzi di sostentamento. All’inizio di aprile Amnesty International, attraverso un’indagine intitolata “Le nostre vite non contano niente”, ha accusato la Haiyu di aver significativamente contribuito a quel disastro e di aver messo il villaggio di fronte al serio rischio di essere inghiottito dall’oceano.

Non solo. Secondo Amnesty non sarebbe stato fatto uno studio di impatto ambientale adeguato, né sarebbe stata consultata la popolazione prima dell’inizio delle operazioni di sfruttamento, come richiederebbe la legge mozambicana.

La compagnia cinese ha rifiutato ogni tipo di responsabilità, affermando che si è trattato di un fenomeno metereologico eccezionale che “non si verificava da almeno cent’anni”, ed ha aggiunto di aver soddisfatto i criteri stabiliti in tutte le fasi di implementazione.

Ecosistema sconvolto

Ma le immagini satellitari pubblicate nel rapporto mostrano come, tra il 2010 e il 2014, la conformazione del territorio attorno a Nagonha sia cambiata, alterando i corsi d’acqua che collegavano le lagune. In una foto del 2014 si nota come almeno 280 mila metri quadri di territorio siano stati ricoperti di sabbia e un canale completamento ostruito.  Ora, anche se la Haiyu afferma di aver concluso le attività in quella zona, la popolazione del villaggio è a rischio, perché l’equilibrio idrogeologico è stato sconvolto. Al prossimo evento climatico estremo (in forte aumento negli ultimi anni) il villaggio potrebbe essere spazzato via per sempre.

Il quotidiano mozambicano OPais ha intervistato il consulente ambientale della Haiyu, Amilcar Marremula, il quale, pur di fronte alle prove di Amnesty, ha negato ci fosse un rischio per la popolazione e la necessità di un reinsediamento.

La società civile mozambicana da tempo insiste sull’interruzione delle attività della Haiyu. A metà del mese scorso è stato il Centro per l’integrità pubblica (CIP) a chiederlo direttamente alla commissione parlamentare per l’ambiente, la quale ha promesso l’invio di una equipe di verifica.

Il villaggio chiede una bonifica del territorio e una compensazione per i danni subiti, ma le uniche offerte fatte dalla compagnia cinese sono state una riparazione pari a 52 euro per chi nel 2015 ha perso una casa di legno e 261 per le costruzioni in muratura. Ovviamente la popolazione ha rifiutato. “Queste proposte sono assurde” ha detto il capo del villaggio, Lópes Cocotela, all’emittente Stv, “vogliamo una compensazione giusta perché l’industria estrattiva trae profitto dalle persone”.

Responsabilità condivise

Ma anche le istituzioni mozambicane hanno delle colpe. Ci si domanda come la Haiyu abbia potuto iniziare le sue attività senza passare attraverso i procedimenti previsti dalla legge e senza mai consultare la popolazione locale, e come mai non siano stati presi dei provvedimenti dopo il disastro del 2015.

L’esperto di studi di impatto ambientale Ilario Rea, che spesso collabora con le istituzioni mozambicane, intervistato da Nigrizia dà la sua opinione in proposito: “Il paese ha una legislazione che a volte presenta delle lacune quando si tratta di impatto ambientale, ma non in questo caso. Le norme prevedono uno studio approfondito. Ciò che spesso accade è che non vengano effettuati i dovuti controlli. Le autorità locali preposte non hanno fatto rispettare la legge per mancanza di mezzi o di conoscenze”.

Probabilmente è vero. Ma quando si tratta di aziende legate a partner economici come la Cina, con la quale gli scambi commerciali sono cresciuti del 24,24% solo nei primi due mesi del 2018, raggiungendo i 33,5 milioni di dollari, ci si chiede se Maputo, oltre ai mezzi pratici, non abbia perso anche la capacità negoziale per ottenere condizioni che non si ritorcano sul suo popolo. O peggio, se abbia smesso di negoziare perché tutto ciò che conta è il mero profitto.